Essere seduto a fronte del problema e guardarlo pendere dalle labbra di tanti invertebrati del pensiero, esegeti del niente, capocomici di una tragica parodia del giustificazionismo a tutti i costi.

«Oh scusatemi, scusatemi… Non volevo, non ero. Forse non sono nemmeno…!». Pateticamente ciondolano le frasi di un inviolabile segreto che pure si percepisce, si sente, viene a galla nella melma dell’ipocrita che si genuflette idealmente, che piega l’anima davanti alla mestizia di una caleidoscopica confusione cervellotica che gli è tutta conficcata dentro al cranio vuoto che si porta appresso.

Essere seduto davanti al problema, ritenere di averlo in forma seppure informe: pensare che esista, mentre ne esiste nemmeno la quinta parte di una quintessenza gassosa; peto ininfluente perché falsamente profumato, decorato da merletti della mente che può solo eviscerare tutta la grandiosa disarmonia di una esistenza fatta di retromarce e di lasciar fare. Ad altri.

E ancora si protende in omaggi, in cinici risolini che il cretino cela mentre si piega e che ritornano ad essere cucite labbra nemmeno sinuose e provocanti. Squallidi culi di gallina, restringimenti molecolari di muscoli facciali al lavoro salariato di un padrone ben consapevole di essere il vero dominatore di un viso inviso, di una faccia sfatta e sfiancata, sfrontatamente gettata addosso al primo che capita.

Il meschino ha esaurito il suo tempo: fuori dalla grazia, fuori da ogni istante, bamboleggiante come una matrioska che non conosce equilibrio, costretta a ciondolare per il divertimento altrui. Regala un fuggevole sorriso al depresso cronico, al pensieroso passante, al rivoluzionario che combatte senza avere attorno niente altro che sfaticati, menefreghisti moderni e sfavillanti esauriti, colti dal malore giornaliero della sopravvivenza.

Dannazione presente e assente, mutevole suggestione di un carnevale monocolore, pieno di maschere lacrimanti e triste peggio del gorgogliare dei canali di Venezia.

Com’è triste esser soli quando si vorrebbe esserlo per davvero e si è costretti ad avere intorno questi cialtroni di ruffiani, questi ossequiosi minuscoli omuncoli che ereditano pezzetti di triangoli sbiaditi, di cuori umani adagiati all’ombra di un furore che li tormenta, che non li lascia vivere e di cui si danno, comunque, sarcasticamente pace.

M.S.

6 ottobre 2020

Foto di Capri23auto da Pixabay

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