Ci si può limitare a leggere una sola biografia per poter affermare di conoscere veramente la vita di un illustre personaggio della storia umana?

Probabilmente la risposta rasenta la retorica; anzi è proprio retorica. Perché, così come non possiamo dire di conoscere nemmeno noi stessi, una moderna applicazione della gnoseologia ci dimostrerebbe che per una esistenza altrui, fuori dai nostri tempi e collocata quindi nell’eternità magari del mito, assurta al ruolo di icona, immagine quasi prestabilita, forma mentale di un determinato contesto storica, non bastano probabilmente nemmeno più punti vista di singoli storici per apprenderne pienamente l’essenza.

Non si tratta della ricerca, pure storicamente necessaria, della verità dei fatti su Tizio o su Caio e, tanto meno, su Sempronio. Si tratta di apprendere sempre più, di andare oltre l’affermazione che si trova in un testo e penetrarne il significato per aprire nuove vie di conoscenza che ci portano ad un estasiante e infinito percorrere tante e tali vie del cammino umano da perderci, alla fine, rispetto all’origine della nostra indagine.

Se, per esempio, studiamo la figura di Giuseppe Garibaldi, c’è il rischio di farsi cullare da tentativi meramente agiografici, da culti quasi divini che il generale avrebbe disprezzato massimamente considerandosi parte del popolo ma, prima ancora, come scrive più volte, e come dichiara pubblicamente nei suoi viaggi in Inghilterra ospite della associazioni operaie e sindacali, parte del proletariato.

Garibaldi, l’eroe dei due mondi, il patriota italiano, il repubblicano, il nemico dei preti e della vergogna civile d’Europa incarnata nella millenaria presenza nella Penisola dello Stato della Chiesa; ma Garibaldi anche generale di flotte che non sono italiane, che mette al servizio della libertà e dell’indipendenza dei popoli la sua spada. Il corsaro che comanda la flotta uruguayana e che vince, continuamente, per tutta la sua vita, ogni battaglia con arguzia, capacità tattica e strategica e che perde soltanto una volta insieme alle sue camicie rosse: a Mentana, dove la modernità delle armi fa la differenza.

Garibaldi, come tante altre figure storiche, è osservabile sotto migliaia di punti di vista e di interesse completamente differenti tra loro, quasi antitetici. Eppure stiamo sempre e solo parlando di un uomo che l’estrema sintesi dei testi scolastici, quasi pateticamente, riduce a brevi nozionismi e demanda a gradi superiori di studio l’approfondimento anche su parti della sua vita che dovrebbero essere dettagliatamente conosciuti perché dirimenti nella formazione del nostro Paese in Stato unitario (e viceversa).

Purtroppo non esiste straordinaria materia di apprendimento, di approfondimento, di critica e di controcritica come la storia dove la parola “fine” in un dato argomento non ha motivo di esistere. Non finisce mai veramente la possibilità concreta di conoscere sempre maggiormente un fatto, una persona, un episodio: soprattutto quelli considerati “marginali“, che vengono riportati all’attenzione tanto degli studiosi quanto degli studenti e della gente – diciamo così… – “comune” che non è solita interessarsi ad approfondimenti storici, all’indagine meticolosa del proprio passato.

Ma la storia è bizzarra, esattamente come la vita nostra, quella di ogni giorno: ciò che ci sembra trascurabile diviene invece una pietra angolare per comprendere il carattere di questo o quel personaggio oppure il punto di vista sui fatti di un episodio di una guerra di cui ci sembra di sapere ormai tutto.

Più si focalizza e si avvicina lo sguardo, più la storia ci appare irriducibile al semplificazionismo necessario, alla sintesi imprescindibile che deve essere fatta per trasmetterne quanto meno le linee essenziali, quelle atte a farci capire come mai siamo qui oggi, senza dover dire a nessuno di dimostrarcene il perché. La storia con la esse maiuscola è avversaria delle presunzioni, dei presupposti e delle ipotesi. E’ invece amica fedele della semplice, cocciuta testardaggine dei fatti che sono ricostruibili attraverso grandi lavori di archivistica per cui, a volte, non basterebbe una vita se si volesse davvero ricomporre ogni pezzetto di ogni singola storia accaduta prima della nostra nascita o anche durante i primi anni della nostra vita, laddove la nostra memoria non può essere chiamata a testimoniare direttamente.

Ma così, pur ricercando pazientemente e ricostruendo con grande dovizia di particolare ogni minuto della vita di Garibaldi, di una guerra, di un qualunque passaggio storico, si finisce paradossalmente col negare il valore primo dello studio e del metodo storico: perché pare quasi di cadere, seppure inconsapevolmente, nella dinamica perversa di volersi appropriare del passato, di volerlo quasi rivivere salendo su una sorta di “macchina del tempo“, immedesimandosi così tanto da perdere la capacità del confronto critico e dialettico tra l’ieri e l’oggi.

Come non si può soltanto vivere nel presente, prescindendo dalla nostra storia e dal nostro passato, così non ci si può astrarre ed estrarre dall’oggi per finire in un ieri che non esiste più e che vive solamente nel racconto di chi vi ha camminato attraverso strade che hanno preso altre direzioni, di chi ha osservato città e luoghi completamente modificati dallo scorrere degli eventi.

Bisogna fare tanta attenzione nello studiare e nel ricercare storicamente i fatti per non lasciare a questi la facoltà di padroneggiare nei confronti del metodo con cui si fa la storia, con cui la si scrive e la si tramanda anche oralmente. I fatti devono necessariamente essere sottoposti alla critica, e non esiste alcun testo storico che possa dirsi “neutrale“, se non quei sempliciotti testi scolastici che, servitori esclusivi di sua Signoria la “Sintesi“, non servono a niente altro se non ad assecondare un nozionismo privo di giudizi anche contrastanti fra loro dati dalla storiografia che ne è seguita.

Storici come Massimo Salvadori avevano introdotto, fra i primi, negli anni ’80 nei loro testi scolastici proprio questa mancanza: la storiografia. Accanto al racconto dei fatti stava, pagina per pagina, la visione descrittiva di altri storici accompagnata dal sentimento critico, dall’esplorazione tutta partigiana, è proprio il caso di dirlo, ad esempio della Resistenza antifascista. Grande tema su cui mettere a confronto metà del nostro Paese con un’altra metà che, nel bene o nel male, ha ereditato esperienze dai propri numi tutelari familiari.

Del resto, separare la storicità dei fatti dalla passione ideale e politica sarebbe un grave errore. Per cui, viviamo la Storia come un importante maestra di vita, certo. Ma viviamola soprattutto come una compagna della nostra quotidianità, per ritrovare nel passato le ragioni del presente e per aiutarci a costruire un futuro che sia l’opposto di quanto fino ad oggi si è susseguito nel globo sotto il dominio pressoché incontrastato del capitalismo.

MARCO SFERINI

25 maggio 2020

Foto di DarkWorkX da Pixabay

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