Whitman fotografato nel 1854, a 36 anni / foto: Wikipedia

Tutto è tranne la poesia convenzionale, quella che si impara a memoria, quella sufficientemente corta o ragionevolmente lunga per poter essere scolpita nella mente e ripetuta agli insegnanti a scuola. Walter (detto Walt, come Disney) Whitman è con Emerson uno dei padri della letteratura e della poetica americana. Nel suo verso libero, continuo, che ondeggia come il vento sul mare o attraverso le foreste e i campi tanto cari al nostro, si viene presi per mano dal poeta e si attraversa lo specchio delle sue visioni e, al contempo, ci si misura con le proprie.

Antischiavista, libertario ma patriottico, amante di tutti i sensi e della sessualità generalmente intesa, senza confini e pregiudizi, non immorale ma molto amorale. Omosessuale o bisessuale? Quacchero come la sua famiglia o deistico come egli stesso si descrive, in un abbraccio di tutte le credenze religiose giudicate come egualmente veritiere perché provenienti dal senso spirituale dell’essere umano?

Walt Whitman è allo stesso tempo un enigma costante circa tutti i punti fermi che si vorrebbero mettere nella biografia di un individuo, soprattutto di un essere sgusciante come il cervello di un poeta, ed è pure un riferimento per molti americani di metà Ottocento, quando inizia ad essere conosciuto, poco dopo aver stampato le prime 800 copie di “Foglie d’erba” (il titolo “Leaves of grass” in realtà tradotto in italiano perde quel doppio senso di “fogli” e “foglie” d’erba che invece in inglese/americano conserva nettamente).

Al centro c’è l’essere vivente, l’essere umano, l’essere in quanto tale, circondato da tutto il resto: “Chiara e dolce è l’anima mia, e chiaro e dolce è tutto ciò che non è l’anima mia.“, scrive nella poesia che intitola a sé stesso attraverso una attribuzione tanto banale quanto importantissima: “Poesia di Walt Whitman, un americano“. Qui si definisce, si chiarisce, si mette non in luce, ma in penombra: lascia che i lettori  avanzino “fuori dall’oscurità”, mentre lo incontrano per strada e gli fanno domande.

Il poeta osserva ogni cosa, scruta la vita ovunque gli sia possibile: “Il piccolo dorme nella culla, / sollevo la zanzariera e guardo a lungo, e in silenzio allontano le / mosche con la mano. / Il giovanotto e la ragazza dalle guance accaldate si defilano su per la / collina tra i cespugli. / Io aguzzo lo sguardo dall’alto.“. Non giudica con i suoi versi, non è uno scrutare dall’alto in basso, ma dall’alto verso il tutto: è voglia costante di scoperta di una simbiosi empatica col mondo cui l’individuo è parte ma non prigioniero.

Whitman è poeta dell’innovazione, della trasgressione, anche se non è il dandy decadente che vuole rompere ogni schema e lasciarsi andare alla pienezza della libertà in salsa antiborghese, tutta intrisa di un comprensibilissimo anticonformismo che faccia breccia come una saetta nella “spleen” baudelariano. Nelle sue prime composizioni il sesso, la carnalità scandalizza i critici più che per l’argomento, proprio semmai per l’introduzione nell’asettica e moralistica letteratura dell’epoca. Gli strascichi giovanili del poeta, del resto, si soffermano poco sulla fisicità e sul desiderio sentimentale: anelano alla libertà, rasentando di tanto in tanto un sottile confine con la banalità e la retorica patriottarda.

Particolare della locandina del film “L’attimo fuggente” con Robin Williams

Ma è giusto ricordare che Whitman per tutta la vita amò gli Stati Uniti d’America, il “grande Paese“, e che fu proprio lui a comporre, sulla scia dell’emozione provocata dall’assassinio di Lincoln, la celebre ode (citata anche nel famoso film “L’attimo fuggente“) “O capitano, mio capitano!“. La sua era l’America delle praterie, dei boschi, delle grandi città che rifuggiva: come New York dove, ad un certo punto della sua vita, si diede come comandamento di non tornarvi mai più. Viaggiò tanto con la mente quanto con le proprie gambe e vide tutte le contraddizioni di una società che sviluppava la sua essenza con una rapidità inimmaginabile, da ovest ad est e da nord a sud.

Proprio nel conflitto che separò gli Stati Uniti tra confederati e unionisti, si schierò dalla parte di questi ultimi: anche perché avversava profondamente lo schiavismo; ma pure perché considerava i seguaci di Jefferson Davis dei traditori, dei separatisti contro cui lottare per ristabilire l’unità del Paese. La libertà che sogna, cui anela, per gli USA, lui la reclama per Cuba, per l’Asia, per l’Africa, per l’Europa, per le Americhe e per l’Austria. Insomma, per tutto il mondo. “La libertà deve essere / servita, qualunque cosa accada; / Non vale nulla chi si lascia abbattere da uno, due o da molti / fallimenti, / O dall’indifferenza o dall’ingratitudine del popolo, / O dallo spettacolo degli orrori del potere – soldati, cannoni e codici / penali.“.

La libertà è l’ultima ad andarsene, afferma Whitman: aspetta che tutti gli altri abbiano compreso il suo valore e l’abbiano cercata ovunque. Solo allora, solo quando questo avverrà e in tutto il mondo si premerà per ottenerla e la si avrà conquistata, allora Lei, la Libertà, musa e dea dei popoli, potrà andarsene. Come un capitano che abbandona la nave, ma sempre per ultimo, dopo che tutti sono stati tratti in salvo.

La libertà è solo un mezzo, il fine è la felicità“, si sentiva echeggiare nelle convenzioni democratiche americane dei primi decenni dell’800.

Walt Whitman fotografato nel 1887 da George C. Cox / foto: Wikipedia

A questo proposito, riguardo al fine ultimo cui aspira l’umanità, l’essere felice, quindi il realizzare pienamente una vita in sé stessa e per sé stessa nell’armonia universale e collettiva, Whitman scrive versi che portano con sé stessi sempre una ambivalenza: non c’è felicità senza appagamento comune, ma soprattutto senza quell’amore che è tanto soggettivo quanto descrivibile in mille oggettivi comportamenti.

La felicità non è per il poeta solamente un “satisfaction“. E’ qualcosa di più: “happiness“, è il termine ricorrente nella poetica di Whitman che riconosce l’impossibilità, comunque, di rendere oggettive emozioni che ciascuno di noi vive dentro contesti profondamente differenti: per luogo, per incontri, per relazioni sia con cose che con persone. Nella “Poesia del poeta“, declama: “Ogni esistenza ha i suoi idiomi, ogni cosa ha un suo lessico e una sua / lingua.“. Ma non vi è scontro tra i linguaggi differenti che si possono utilizzare. Semmai egli scorge la grande capacità del “logos” di adattarsi ai pensieri umani, di trasportarli fuori dalle scatole craniche e di farne bellezza nello scrivere, nel parlare, nel comunicare, nel descrivere e nel dipingere con le parole un paesaggio, un bosco, un viso, un gesto…

Vale la pena leggere e rileggere Whitman. Le sue “Foglie d’erba” sono un grande prato dove si può far riposare la mente, rilassare le membra corporee e godere, in una notte di primavera o d’estate, l’unicità del tutto, sdraiati per terra e proiettati con lo sguardo nella vastità del cosmo.

MARCO SFERINI

14 aprile 2020

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