…ma nella fantasia ho l’immagine sua / gli eroi son tutti giovani e belli…“, così ha cantato Francesco Guccini per migliaia di volte nei suoi concerti terminandoli con “La locomotiva“. Ed è pure vero, nei secoli dei secoli, che è disgraziato quel paese che ha bisogno di eroi, perché si presume che ci si trovi in situazioni eufemisticamente definibili come “poco felici“…

La categoria dell'”eroe” è stata usata nel corso dei millenni attribuendola secolarmente a personaggi che hanno dato la vita per gli altri, per una causa con al “C” maiuscola, che si sono in pratica distinti dalla comune propensione ad affrontare determinati momenti al di sotto di una sogna di esposizione al sacrificio. Del resto, diceva il Manzoni “uno il coraggio, se non ce l’ha, mica se lo può dare“: chi è dunque eroe ne “I promessi sposi“? Non certo Don Abbondio, nemmeno Fra Galdino. Lo è il Padre Cristoforo che va ad affrontare di petto Don Rodrigo? Lo è Renzo che arringa la folla milanese in preda ai tumulti?

Ercole e Lica, di Antonio Canova

Secolarmente, ho precisato. Perché chi ha subìto martirii di ogni tipo ma attribuiti alla natura deistica o alla fede religiosa, da Gesù Cristo a tutti i santi che la Chiesa cattolica venera, non viene indicato come eroe, ma per l’appunto come martire; in questo caso l’atto eroico della resistenza fisica al dolore, che sublima l’essenza di sé stessi nella propria missione terrena con una prospettiva di amore universale volto ad una redenzione umana che consenta ai convertiti, ai fedeli, ai retti, buoni e giusti di arrivare al “regno dei cieli“, quell’atto passa dalla laicità dell’eroismo alla straordinarietà mistica del martirio.

L’eroe umano muore, Gesù vive nell’eternità. Certamente anche storica, come l’eroe alla Pietro Micca o alla Francesco Ferrucci, ma soprattutto metafisica, estrinsecabile dal contesto terreno, elevata ad un livello impalpabile, impossibile da conoscere.

L’eroe umano muore, ma gli eroi della mitologia ellenistica sono semidei come Hèracle o Perseo, figli del padre Zeus e di donne concupite attraverso il travestimento antropomorfo del dio che discendeva sulla terra dall’Olimpo. Altri sono uomini che hanno compiuto imprese giudicate sovrumane e, per questo, entrati nel mito grazie ad una potenza disumana, ad un essere dei veri e propri “fuoriclasse” dell’antichità.

Ma anche quando si è umani e non semidei e si dà vita ad esperienze che vengono tramandate di generazione in generazione, si assurge ad una sorta di immortalità che avvicina il comune uomo inciampato nel fato, costretto a vivere una situazione enormemente più grande di lui, all’infinito temporale dell’eco del proprio nome che risuona nell’eterno ritorno dal passato al presente e si proietta senza colpo ferire nel futuro.

L’eroe umano ellenistico è quasi sempre un guerriero, comunque qualcuno che utilizza la forza supportato da una notevole dose di astuzia: la saggezza della “psicologia” degli antichi greci (che si esprime attraverso i simboli e le immagini dei miti) non permetteva di considerare la mera forza come qualità esclusiva dell’uomo ma la compenetrava con una equipollenza di intelletto, creando così non solo una brutale dimostrazione di superiorità dell’eroe sui malcapitati che gli venivano incontro, ma prima di tutto la capacità di vincere, di prevalere attraverso la logica che sostiene Teseo nella lotta contro il labirinto e il Minotauro o il cavallo di Odisseo che batte la forte Troia.

L’eroe è, dunque, laicamente inteso, come espressione delle potenzialità umane tutte quante: cervello e muscoli si uniscono e percorrono la stessa strada, in fondo, del vecchio detto latino “Mens sana in corpore sano“. La mancata cura della mente non permetterà mai ad un corpo vigoroso di esprimere tutta la sua vera forza. E, parimenti, un corpo trasandato e non curato non consentirà alla mente di potersi sostenere nello sforzo elucubrativo, nella speculazione tramite la velocità dialettica, con la dinamica dell’intuito e dell’arguzia.

Stiamo parlando di eroi del passato, di figure mitologiche, di grandi visioni che gli uomini hanno creato per resistere alle asperità dell’esistenza, facendosi mille domande sul significato della medesima e trovandosi a vivere nei confini di un mondo piccolo ma ricco di saggezza e quindi anche di forza, capace di resistere alla brutalità delle armi persiane, di conquistare la feroce Roma che li aveva sconfitti e occupati, seducendola con la cultura.

Ma stiamo anche parlando di un eroismo che non è quello dei fumetti della Marvel: Hèracle potrà anche assomigliare a Hulk in quanto a muscolatura, ma la missione dell’uno e dell’altro è completamente diversa nella fisionomia molteplice che unisce leggenda, racconto e genesi dell’eroe con vita e crescita del messaggio che vogliono trasmettere attraverso le loro imprese.

Gli eroi moderni sono anche figure che incarnano modi di essere, travagli interiori, incontri e scontri tra esseri umani e forze più grandi loro che li contaminano e gli assegnano superpoteri con cui salvano sempre il mondo. Ma a loro manca il fascino del parto che avviene tutto all’interno dell’inconscio umano tradotto nelle immagini necessarie create per sopperire alle domande irrisolte, per guarire le ferite che l’animo umano si procura nel corso dell’esistenza.

Gli eroi della Marvel

L’Uomo Ragno, Hulk, persino il mitico Thor esprimono indubbiamente la voglia tutta umana di scavalcare la finitudine e l’impotenza dell’umanità stessa per renderla invulnerabile da qualunque minaccia la voglia attaccare; in questo, tutti insieme, costituiscono una moderna traslazione geometrica dove dal punto antico si arriva a quello attuale, ma dove la retta muta non nella direzione ma nella evanescenza del sogno perché tutto è costantemente in divenire.

Tante sono, dunque, le tipologie ascrivibili alla categoria dell'”eroe” o dell'”eroina“: figure storiche per eccellenza come Giovanna D’Arco, intrise di santità e misticismo; figure non solo belliche, ma antimilitariste, veri e propri anarchici e comunisti, dai martiri proletari della Comune di Parigi fino a Sacco e Vanzetti, dai martiri di Chicago fino a tutti gli oppositori delle dittature totalitarie fasciste e naziste… Quanti sono gli “eroi“? Milioni e milioni.

Tuttavia la categoria dell’eroe, quella del martire e perfino quella del santo sono onorificenze alla memoria: ricordano sempre e soltanto chi non è più presente fisicamente su questa terra se non in una tomba.

Spesso gli eroi non vogliono essere definiti tali: proprio come i medici e gli infermieri che in questi mesi hanno combattuto e continuano a combattere con presìdi medici e con le armi della scienza il Coronavirus Covid-19. “Non siamo eroi. Semplicemente facciamo ciò che abbiamo scelto di fare nel momento in cui abbiamo deciso di dedicarci alla comprensione della complessità della vita umana.“. Così ha spiegato il massacrante lavoro negli ospedali un infermiere specializzato. Con una mestizia dovuta all’impatto psicologico del veder morire decine di persone ogni giorno, vederne arrivare tante altre nei reparti di terapia intensiva e non poter fare altro se non andare a tentativi per cercare di arginare il nuovo virus che conosciamo da pochissimi mesi.

Copertina del “Cuore” di De Amicis, edizione Garzanti del 1962

Sarebbe bene che la smettessimo di chiamare “eroi” tutte queste persone che sostengono lo sforzo più grande: sarebbe bene tenerli fuori dalla insopportabile retorica dell’unità tricoloreggiante che si esprime dai balconi cercando una empatia che rifuggirà subito dopo che l’epidemia sarà venuta meno. Sarebbe bene mettere da parte eroismo, bandiere e inni, rispettare loro e la Repubblica sentendoci parte del consesso sociale e facendo ognuno di noi la nostra parte: stando in casa e osservando scrupolosamente tutte le disposizioni dell’OMS e dell’Istituto Superiore di Sanità.

Facciamo che gli eroi, che comunque restano “tutti giovani e belli” nello stereotipo collettivo, rimangano nella pagine del “Cuore” di De Amicis, nel bisogno della Nazione di un supporto psicologico di massa che può trovare una risposta singolarmente attraverso la fine dell’anticivismo, la comprensione (letteralmente) dello spirito repubblicano, sociale, egualitario di una larga parte della popolazione sapendo bene che gli interessi di classe rimangono e che la lotta di classe la si vede anche oggi nell’insistenza di Confindustria nel voler riaprire le fabbriche quanto prima per tornare a fare profitti sulla pelle dei lavoratori.

Ma come mai non chiamate, allora, “eroi” i padroni, i capitani di impresa che tanto spingono per riequilibrare l’economia del Paese? La domanda è retorica. Si intende. E se non li chiamate eroi, fate più che bene, perché rimangono sempre gli stessi profittatori che speculano su qualunque cosa gli venga a tiro.

Non sono è disgraziato il Paese che ha bisogno di eroi, ma è ancora più disgraziato il mondo che ha bisogno del capitalismo ritenendo di tornare così alla “vita normale“.

MARCO SFERINI

8 aprile 2020

Foto di Linus Schütz da Pixabay

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