Spazio, ultima frontiera…“. Quante volte abbiamo ascoltato questa frase che introduceva gli episodi di “Star Trek” e abbiamo pensato all’infinito da esplorare, dove si addentrava, partendo dalla Terra, l’astronave Enterprise con a bordo il capitano Kirk e il signor Spock. In effetti, quando si parla di spazio, la prima cosa che viene in mente è cosmo, l’universo fuori dai confini conosciuti, dalla visione dell’atmosfera terrestre che ci impedisce durante il giorno di andare oltre il limite del cielo azzurro. Soltanto al crepuscolo e con l’avanzare della notte il nostro sguardo può andare oltre quel confine, farsi spazio nello spazio e osservare la luna, le stelle. Ma sempre fino ad un certo punto.

Morte di Simon Mago, illustrazione di un anonimo presente nelle Cronache di Norimberga del 1493

L’umanità si è sempre persa nella meraviglia che le stava sopra, in quella sensazione immanente di angosciante solitudine al pensiero di non avere contatti con altri esseri coscienti dell’esistenza propria e altrui, di non poter oltrepassare quelle Colonne d’Ercole rappresentate dal contatto con l’aere, con il cielo infinito. Leonardo Da Vinci venne ridicolizzato – come del resto accade a tutti coloro che hanno delle intuizioni che poi trovano un riscontro nella realtà – quando ipotizzò che l’uomo potesse intraprendere l’avventura del volo.

Andò male ad Icaro nella mitologia ellenica. Accadde uguale sorte a Simon Mago (da cui deriva il termine “simonia“) che, dopo un tentativo di “levitazione” davanti all’imperatore Nerone, si sfracellò al suolo spaccandosi praticamente ogni osso sano che avesse. Altri scrittori come Ippolito affermano sia invece finito ancora peggio: volendo dimostrare di essere un dio e di poter risorgere dopo tre giorni come Gesù, si fece seppellire vivo, ma mal gliene incolse e dalla terra che si era fatto gettare addosso non uscì mai.

Comunque sia andata, sappiamo che la voglia di “occupare lo spazio” con un atto di magia come quello del taumaturgo samaritano precipitato al suolo davanti ai romani o con l’imitazione delle ali degli uccelli disegnate da Leonardo, risiede nella mente e nell’animo umano dall’epoca delle epoche.

Talete cadde in un fosso proprio perché guardava sovente all’insù, mentre gli astronomi mediorientali puntavano i loro rudimentali strumenti di misurazione delle distanze cosmiche per regolare il tempo, per cercare di entrare nelle leggi di una geometria ordinatrice dell’universo troppo spesso affidata alla sola ipotesi creazionista che è stata messa sovente in contrasto con l’avanzare della scienza ma che, invece, può convivere con essa a patto che non pretenda di spiegare tutto mediante la superiorità deistica come

E’ un anelito che nasce e cresce dalla seduzione dell'”impossibile” e anche della voglia di conoscere l’ignoto, di elevarsi oltre la base terrena che calpestiamo ogni giorno. Ma è, prima di ogni altra cosa, il desiderio di far superare a sé stessi la finitudine umana, quei confini che percepiamo ma che non vogliamo accettare: le linee del nostro corpo che si muovono nel vuoto, in quello che appare come il niente, ciò che non ha colore, che non ha sapore e che contrasta con noi proprio perché noi possiamo muoverci “in esso“. Dove non vi è spazio non vi è movimento, e dove non vi è movimento stenta ad esservi vita.

Ridotti alle milionesime misure del microscopio, si osservano muoversi i batteri, le cellule che si scontrano fra loro, il plasma di cui siamo composti, ogni singolo elemento chimico è fuori dalla rigidità mentale che ci tiene  imprigionati dentro confini che noi per primi creiamo affinché assolvano, fondamentalmente, un ruolo: quello della difesa.

Sia una barriera corporale come una armatura, sia un confine invisibile come quello di Stato, ogni linea che aggiungiamo sopra noi o intorno a noi serve a farci sentire più sicuri, protetti e quindi ci permette di essere maggiormente sereni di quanto non saremmo se lo spazio fosse privo di delimitazioni. Il nostro spazio, non certo quello che realmente esiste e che è per davvero tendente all’infinito.

Tutto il desiderio umano di rintanarsi dentro uno spazio ben delimitato, protettivo e avvolgente, lo ha descritto fantasticamente in due righe Alda Merini: “Nel cerchio di un pensiero / a volte mi riposo sognando.“. Del resto, se il pensiero viene definito a volte tramite la metafora della freccia scoccata da un arco che la fa piombare in mezzo alla gente o dritta nella testa di un singolo, il sentimento è circonferenza, perché non conosce confini, gira sempre intorno a sé stesso; fa in modo di essere altalenante, cambia da amore in odio, da disprezzo a tenerezza, da calma a furia incontenibile, ma non conosce termine.

Lo spazio dei sentimenti è impalpabile, invisibile se non attraverso la materializzazione che riesce ad ottenere con sguardi, gesti, movimenti, ammiccamenti: la forma diventa sostanza nell’espressione materiale. Una mano che accarezza un viso attraversa prima di tutto uno spazio emotivo, si muove nel vuoto solo fisico della distanza che separa due persone, due corpi, ma unisce due sentimenti, fa provare all’altro ciò che noi vogliamo comunicargli.

Ma non solo la fisicità corporea può far da tramite alle emozioni nello spazio: anche il rumore, la “phoné” (pronuncia: “foné“) trasmettono vibrazioni emotive proprio come l’alto e il basso ritmico delle onde sonore, di quelle radiofoniche: l’invisibile diventa protagonista ancora una volta rispetto alla spietata concretezza della materialità oggettiva, quella visibile, tangibile, sensibile prima al tatto che al senso dei sensi: l’udito.

Tutto quanto noi sappiamo dell’origine, anzi della nascita, probabile dell’universo  tramite un rumore “di fondo“. Una phoné, per l’appunto, di oltre 13 miliardi di anni fa. Un’eco nemmeno lontana, è essa stessa la lontananza che si dirama nell’impensabile enormità dello spazio cosmico, caotico, dove la materia si compone e si scompone in tempi che superano i nostri confini scanditi da minuscoli secondi.

Carmelo Bene in “Nostra Signora dei turchi“, foto: Wikipedia

Carmelo Bene ha sempre insistito molto sull’amplificazione del suono nello spazio, lui che aveva una voce così alta di timbro da non necessitare di nessuna protesi che la amplificasse, di alcun microfono per intendersi. Nello spazio, infatti, il tipo di sonorità che si viene emanando cambia a seconda della forza del tono, della lontananza tra chi è “macchina attoriale” (come amava definirsi CB) e quei teatri che “più sono pieni, più per me sono vuoti“, ironizzava il grande letterato “classico“.

Eppure tutto, all’inizio dei tempi (direbbe qualche libro definito “sacro“) origina in uno spazio non descrivibile, non immaginabile: chiudendo gli occhi e provando a focalizzarlo, io lo penso come l’oscurità più fitta dove, quando ci si ritrova, non si ha più alcuna percezione dello spazio e nemmeno del tempo. L’azzeramento dei nostri sensi ci impedisce di vedere lo spazio, di sentirlo e quindi appiattisce le dimensioni triplici che viviamo e ci rende piatti come un sottile foglio di carta in balia dell’inconsapevolezza, dell’inconoscenza: padroni solo della nostra paura atavica del buio.

Non esiste pharmakon per questa sofferenza tutta umana, frutto della meraviglia e della dannazione della coscienza dell’esistenza nel tempo e nello spazio. A meno che non si traduca il termine greco in “veleno” (oltre a “cura“, può voler significare anche qualcosa che è esattamente l’opposto…), ed allora la farmacia dell’animo umano che volteggia nello spazio infinito, che trascende la quotidianità dei pensieri e cerca di elevarsi come Leonardo sopra le conoscenze attuali e nutrirsi di voglia di sapere per poter continuare a vivere e viceversa, può essere anche di una qual certa utilità.

Ma in piccole dosi. Il peggiore dei veleni somministrato lentamente può non essere letale, ma la migliore delle medicine, se inghiottita in quantità eccessive, può diventare il più potente dei veleni. Viviamo costantemente in contraddizioni che si muovo nello spazio declinato in tutte le sue forme: lo spazio nel tempo, lo spazio del singolo, lo spazio dei molti, lo spazio del pensiero, lo spazio delle emozioni, lo spazio fisico e quello intellettivo.

E ancora… lo spazio da percorrere e quello già percorso. Lo spazio della libertà in mezzo alle strettoie delle limitazioni che gli esseri umani pongono gli uni agli altri per una ancestrale voglia di potere, di dominio, di supremazia. Il frutto proibito colto nel giardino dell’Eden, prima contravvenzione, prima disobbedienza mitica, religiosa, primo spazio violato tra l’autorità (divina) e quegli esseri umani plasmati poco dignitosamente con della polvere.

Polvere di stelle, avrebbe sintetizzato Margherita Hack: perché veramente figli delle stelle siamo, visto che tutta la materia di cui siamo fatti è materia stellare, è frutto dello spazio inteso come insieme universale tanto della materia visibile quanto di quella oscura, oggetto di affascinanti studi.

Lo spazio, dunque, siamo anche noi se proviamo, per un attimo, a considerarci parte del tutto e non pretendenti del tutto stesso.

MARCO SFERINI

4 aprile 2020

Foto di Gerd Altmann da Pixabay 

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