Lo sviluppo di Internet coincide con la fine della bipolarizzazione del mondo, con la fine della Guerra fredda e ha aperto al mondo le vie della globalizzazione non solo capitalistica, di una interconnessione davvero planetaria di ogni tipo di informazione in ogni ambito, dal sociale al lavoro, dalla cultura alla scienza, ma ci ha messo nelle condizioni di entrare tanto repentinamente quanto a poco a poco in contatto con una trasformazione davvero epocale delle vite di ognuno e dell’insieme dell’umanità.

Una umanità divisa in blocchi economici che si fronteggiano, in aree del mondo che si scrutano per la troppa ricchezza da un lato (che non genera comunque una vivibilità dignitosa per la maggior parte dei moderni proletari) e la troppa povertà dall’altro: la bilancia dello sviluppo diseguale è sempre a favore di una manciata di accumulatori di capitali che, da soli, detengono i redditi di intere nazioni ipersviluppate.

Una umanità che, attraverso questa accelerazione di scambi di ogni tipo, comunicativi e merceologici, ha finito per lasciarsi alle spalle i modelli di vita precedenti, fondati su una lentezza che poi, a dire il vero, tanto lenta non era ma che paragonata all’immediatezza dell’oggi, internettiano, “social” (ma non socialista) e “smart“, appare ormai molto lontana dai parametri con cui misuriamo la quotidianità odierna.

Uno di questi parametri riguarda l’analisi del rapporto che molti studenti hanno con i libri di testo, con l’apprendimento generalmente inteso, fatto di attenzione e riflessione, di distacco dunque dal resto che li circonda per concentrarsi su un testo, per elaborare uno scritto, per risolvere un problema di matematica o un qualunque altro quesito scientifico.

Da un lato la moderna scuola dell’era internettiana si è trovata impreparata sul versante dei docenti rispetto alle nuove tecnologie: diversi studi e anche semplici sondaggi (pubblicati su Skuola.net) hanno dimostrato che c’è stata e c’è tutt’ora una discrasia tra la necessità dell’ammodernamento delle strutture scolastiche sul piano della multimedialità e della riorganizzazione centralizzata in tal senso e il continuo avanzamento dell’utilizzo di tutti gli strumenti di accesso alla rete per fare formazione, per recuperare quella disattenzione nei confronti dello studio che molti giovani subiscono, vivono e introitano come reazione al confronto tra lentezza dell’apprendimento mediante i classici testi scolastici e i nuovi metodi di sviluppo dei contenuti di ogni singola materia.

Non è un mistero, infatti, che, se da un lato gli insegnanti hanno partecipato ad una immaginaria fantozziana corsa a staffetta per sostenersi reciprocamente nell’acquisizione di conoscenze sull’utilizzo di lavagne elettroniche, nuovi computer, registri elettronici, chat di classe, chat di consigli di istituto, chat coi parenti degli alunni, dall’altro lato sono cresciute in questi decenni almeno due generazioni di giovani che rifuggono lo studio e preferiscono dedicarsi ad una connessione “sociale” intermediata dal telefonino, dallo “smartphone” che tutto è tranne che un semplice telefono.

Alla fine, lo smartphone è la nuova finestra di collegamento tra l’individuo e il mondo, una porta non aggirabile, un passaggio obbligato attraverso cui rimanere non soltanto connessi con la rete stessa ma con la rete di relazioni che il web tiene unite e consolida, allontanando allo stesso tempo ogni persona, ogni cittadino, ogni essere umano dai rapporti interpersonali cui era naturale rivolgersi e vivere quando non era possibile parlarsi tramite WhatsApp o tramite Messenger.

Moderni studi psicoanalitici indirizzano i genitori a non utilizzare il rimprovero e la punizione verso lo studente pinocchione che preferisce restare incollato con lo sguardo al telefonino piuttosto che studiare. Il distacco tra viso e schermo deve avvenire spontaneo, sollecitato da un recupero della passione per la conoscenza che è impegno nella ricerca, non solo su Wikipedia, ma su testi veri e propri, su comprovate fonti che riguardino qualunque materia scolastica, qualunque campo del sapere.

Questa dicotomia tra studio e studenti, che concerne i ragazzi e le ragazze della generazione “smart“, che subiscono il fascino tecnologico, la seduzione dell’immediatezza e la necessità di rimanere costantemente collegati gli uni con gli altri, senza soluzione di continuità con i loro cellulari e con tutte le app che loro stessi installano,  si manifesta dopo la scuola elementare. Sembra essere ormai un tratto comune, quindi un problema sociale, assistere a comportamenti di dissociazione dal percorso educativo unitamente a quello della conoscenza propriamente detta, che originano dall’età in cui ai giovani viene comperato il telefonino di ultima generazione che, in quel preciso istante, diviene un totem di riferimento privilegiato che sovrasta tutto e tutti.

Non è soltanto il percorso scolastico e l’intima sfera dell’anelito alla conoscenza e al sapere a venire intaccata nei ragazzi e nelle ragazze di oggi: si indeboliscono, a poco a poco, anche i rapporti sociali, a cominciare da quelli strettamente familiari. Si interrompe il dialogo con i genitori, con i fratelli. Si parla poco e si chatta tanto. Ci si guarda poco in giro, nel proprio limitrofo ma allo stesso tempo si è, paradossalmente, potenzialmente collegati con il mondo intero.

Libri, giornali, persino il cinema fa le spese di questa bulimia smartphoniana, che tutto divora e la cui prima vittima è chi la mette in pratica non riuscendo a gestire il proprio tempo di vita e, così, anche il proprio tempo connesso (è il proprio il caso di dirlo) con il telefonino.

L’errore e l’errante vanno distinti. Sempre. Sarebbe infatti un errore considerare due generazioni di giovani degli semplici smidollati, capaci soltanto di avvertire delle passioni, delle pulsioni e dei sentimenti attraverso la mediazione internettiana di una chat o il “copia e incolla” da Wikipedia per quanto riguarda i compiti scolastici.

Nessuno deve pretendere un ritorno al passato che sarebbe non solo impossibile, ma anche nocivo, questo sì, perché genererebbe un rifiuto aprioristico, di impatto, una forma di ribellione conservatrice che non è affatto utile creare per provare a ridestare le coscienze dei ragazzi e portarle verso la voglia della conoscenza.

Se un problema è collettivo, se investe una umanità intera, non è detto che non lo si debba iniziare ad affrontare singolarmente, provando a ragionare con i propri figli, con i propri nipoti e, perché no, da amico ad amico, da studente a studente, per convincersi che, se è pur vero che è sempre esistita una larga fetta di Lucignoli e di Pinocchi, è altresì vero che la poca voglia di andare a scuola si sta dimostrando ora, proprio in tempi di quarantena da Coronavirus, una falsa aspettativa: la voglia di incontrare i nostri simili, quelli che come noi condividono esperienze, ore e ore di ambienti comuni, uguali fatiche e pari tormenti nonché gioie, sovrasta la paura delle interrogazioni, dei giudizi, dei voti e perfino degli esami.

L’essere umano, in fondo, rimane sociale, non è fatto per isolarsi o per essere isolato. Per questo dobbiamo augurarci che le misure che stiamo rispettando stando a casa possano essere presto contratte e tolte gradualmente facendoci tornare all’incontro e pure allo scontro, magari proprio su temi che pensavamo non ci appassionassero… Ma dobbiamo anche augurarci che l’isolamento singolare di ogni studente in diretta connessione costante col proprio cellulare finisca o, quanto meno, lasci progressivo e costante spazio ad una ritrovata altra connessione: con la voglia di sapere, di conoscere, di ritrovarsi a scuola pensando che, in fondo, non è poi quella galera che a molti appare come tale.

MARCO SFERINI

31 marzo 2020

Foto di cherylt23 da Pixabay

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