L’INCIPIT DEL “MANIFESTO”

Ein Gespenst geht um in Europa…“. Inizia così nella versione originale del libro, trattato di politica, di storia, di filosofia oppure, semplicemente, proprio del “manifesto“, scritto su commissione della Lega dei Comunisti da Karl Marx e Friedrich Engels nel 1848, uno dei testi più importanti mai scritti nella storia dell’umanità. Trenta, quaranta pagine al massimo, a seconda dell’impaginazione cui è sottoposto, il “Manifesto del Partito Comunista” è stato tradotto in tutte le lingue, si è diffuso su tutto il pianeta al pari della Bibbia e sono poche, rispetto alla popolazione mondiale, le persone che non ne hanno mai sentito parlare.

Uno spettro si aggira per l’Europea…“. Questo è l’incipit di un’opera che ha rivoluzionato gli studi storico-politici, la sociologia e anche l’economia fino ad allora intesa come immutabile nei suoi specifici rapporti di classe, nel suo essere veramente “struttura” della società, condizionante tutte le altre “sovrastrutture” (stato, politica, rappresentanze, cultura, religioni, filosofia, relazioni umane, ecc…). La potenza del “Manifesto” risiede nello svelare a tutto il mondo, in particolare ai proletari, che la storia umana che hanno fino ad oggi vissuto e conosciuto non è predeterminata da qualche destino o fato attribuibile a volontà metafisiche, che non vi è nulla di imperituro, ma che tutto è in continua evoluzione, in continua trasformazione.

Il “materialismo dialettico-storico” è la grande novità introdotta dalle parole di Marx ed Engels: per la prima volta nel pensiero dell’umanità viene detto a chiare lettere che il modo in cui si vive non è determinato da come si pensa e ci si comporta di conseguenza, bensì è l’esatto opposto. Si pensa, si riflette e ci si comporta esattamente come vuole il nostro “essere sociale“. Non è quindi la nostra coscienza a determinare ciò che siamo materialmente, ad influenzare il nostro standard di vita, ma sono le nostre condizioni economiche, l’appartenenza ad una determinata classe a fare sì che noi si pensi di conseguenza.

Raoul Peck ha girato un discreto film su “Il giovane Karl Marx“. E’ la prima opera cinematografica proposta al grande pubblico che narra la genesi del Moro da hegeliano di sinistra a comunista, senza ben sapere allora cosa significasse “diventare” tale, quindi evolvere dalle classiche teorie filosofiche di stampo conservatore barcamenandosi tra il socialismo utopistico e quello anarcoide di Proudhon.

Stefan Konarske (Friedrich Engels) e August Diehl (Karl Marx) ne “Il giovane Karl Marx”

E’ un film che si dovrebbe vedere una, due, tre volte perché è un ritratto storico e politico che entra molto negli anfratti sociali di un’Europa dove chi tenta, come Marx, come Engels, di mettere in discussione non soltanto le certezze granitiche della classe dominante borghese ma criticare pure le critiche (“…la critica della critica critica…“, suggerirà Jenny a suo marito…) che le vengono mosse, viene deriso, trattato come un pazzo sognatore.

Tutti tentano di minimizzare l’arroganza di Marx, la spregiudicatezza delle sue teorie che, a poco a poco, diventano sempre meno tali e si trasformano in chiare evidenze che nessuno riusciva a scorgere. All’interpretazione filosofica del mondo si sostituisce lo studio dei rapporti di forza tra le classi, dei numeri, delle cifre sui “libri blu” delle fabbriche inglesi dove viene annotato ogni ritmo di lavoro, ogni paga: praticamente dei registri giornalieri dello sfruttamento capitalistico nei confronti del proletariato, incluso il lavoro minorile, vera e propria piaga dell’epoca (e non del tutto eliminato nemmeno oggi nel mondo…).

Chi per la prima volta prende in mano il “Manifesto“, senza aver mai avuto altro approccio al marxismo, tutto questo non lo trova nelle pagine seguenti all’incipit che esaminiamo in questo articolo: ma vi sono tutte le premesse affinché, anche per collocazione temporale, il testo di Marx ed Engels divenga un agevole apripista per una approfondita conoscenza del sistema capitalistico attraverso una minuziosa analisi veramente scientifica.

Una analisi, ossia, che non crea teorie astratte, ma che parte dalla concretezza, dal breve esame storico-sociale del divenire dell’umanità nel corso dei secoli per consolidarsi nella critica di altre critiche sociali avventatamente idealistiche, fondate sul desiderio dell’uguaglianza piuttosto che sulla consapevolezza del perché le disuguaglianze e lo sviluppo ineguale continuino a riprodursi, secondo dopo secondo, mese dopo mese, anno dopo anno.

Lo studio della lotta fra le classi sociali Marx ed Engels lo iniziano ben prima di redigere il “Manifesto“. Anzi, lo scritto in esame qui è proprio l’approdo finale di una attenzione meticolosa alle “meccaniche” con cui la società si muove vivendo, producendo e consentendo da un lato a chi è padrone dei mezzi di produzione di diventare sempre più ricco e dall’altro a chi invece si offre come “forza-lavoro“, quindi come merce umana acquistata dal capitalista per consentire la trasformazione delle materie trattate in merci da immettere sul mercato, di sopravvivere e immiserirsi a causa del salario che gli viene dato e che non corrisponde alla “giusta paga“.

Il salario (lo vedremo nei prossimi articoli) è solamente quel tanto corrispettivo in denaro dato dal padrone al lavoratore per potergli consentire la mera sopravvivenza e, quindi, il ritorno in fabbrica il giorno dopo e il giorno dopo ancora, e così via…

Al lavoratore non è consentito appropriarsi dei frutti del suo lavoro. E’ il capitalista ad incamerare il valore prodotto dall’operaio e inserito immaterialmente nella merce attraverso la sua trasformazione attuata con le ore di lavoro passate in fabbrica.

Ma tornando all’incipit del “Manifesto“, ci accorgiamo subito che Marx ed Engels annunciano che esiste qualcosa di invisibile per molti che, però, “si aggira per l’Europa“. Si tratta per l’appunto di uno spettro che viene disvelato come potenza che già tra le genti, nelle nazioni, anche se pochi forse se ne sono accorti. Di certo se ne sono accorti i poteri che hanno in mano le sorti di grandi imperi e regni e che, con il crescente aumento dell’organizzazione della classe dei lavoratori (quindi degli sfruttati), temono la sovversione dell’ordine costituito.

Si legge a questo proposito nell’incipit:
Tutte le potenze della vecchia Europa hanno formato una santa alleanza per dare una caccia spietata a questo spettro, il papa e lo zar, Metternich e Guizot, i radicali francesi e i poliziotti tedeschi.
Qual è il partito d’opposizione che i suoi avversari al potere non abbiano denigrato ingiuriosamente come comunista? E qual è il partito di opposizione che a sua volta non abbia ricambiato l’accusa, ritorcendo l’infamante appellativo di comunista, o su gli elementi più avanzati dell’opposizione stessa, o sui suoi avversari reazionari?”.

Engels e Marx in una litografia di fine ‘800

Riletto a 172 anni di distanza, l’inizio del “Manifesto” ci fornisce la perfetta inquadratura temporale in cui avviene l’analisi sociale marxista e la necessità, davanti alla trasformazione della “Lega dei giusti” in “Lega dei comunisti“, nel consentire al proletariato di prendere coscienza del proprio stato di sfruttamento da parte della borghesia e quindi di diventare “classe per sé” (che lotta per sé stessa) e non soltanto “classe in sé” (quindi classe che esiste a prescindere dalla coscienza (di classe) da parte della classe medesima).

Poi l’incipit del “Manifesto” prosegue con una affermazione perentoria, rivolta propriamente agli appartenenti a quel “partito” che sta nascendo, a quella parte ben precisa:
E’ tempo ormai che i comunisti espongano apertamente davanti a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro scopi, le loro tendenze, e che alla fiaba dello spettro del comunismo contrappongano un manifesto del partito.
A tal fine comunisti di diversa nazionalità si sono riuniti a Londra e hanno redatto il seguente manifesto che verrà alla luce in inglese, in francese, in tedesco, in italiano, in fiammingo e in danese“.

Marx ed Engels, senza troppi bizantinismi linguistici, creando già da subito le premesse della schiettezza del linguaggio del “Manifesto“, che deve poter essere accessibile a tutti e per tutti, lo dicono chiaramente: quello che state leggendo non è un racconto, non è la “fiaba” del comunismo; è la dichiarazione politico-programmatica, l’analisi delle vedute sociali ed economiche che i comunisti intendono mostrare all’intero proletariato mondiale, pure ai borghesi perché si rendano conto che l’aspirazione all’eguaglianza non è una disputa meramente filosofica ma una presa di coscienza ben determinata e, soprattutto, sorretta da una seria analisi scientifica del modo di produzione capitalistico.

Il “Manifesto” è una dichiarazione d’amore da un lato, per gli sfruttati, per i proletari, per tutti coloro che soffrono le pene dell’inferno sotto il regime della borghesia; dall’altro lato è una dichiarazione di apertura consapevole del conflitto di classe, di inizio dell’organizzazione politica strutturata in tutti i paesi del mondo affinché non sia più il movimento comunista a stare sulla difensiva, davanti alla “santa caccia” di clericali, borghesi, finanzieri, poliziotti e aristocratici, ma siano proprio tutti costoro a dover prendere in considerazione il fatto che i pezzenti, i moderni schiavi possono ribellarsi, prendere il potere e cambiare la società rovesciandola nettamente.

Ormai sono due secoli che ci si prova. I fallimenti sono stati tanti. Difficile dire se siano stati di più i tentativi o di più i fallimenti. Ma, come diceva Ernesto Che Guevara: “L’unica battaglia che ho perso è stata quella che ho avuto paura di combattere.“.

Nel prossimo capitolo, inizieremo l’analisi della prima parte del “Manifesto“: “Borghesi e proletari“. Iniziate a leggerlo!

MARCO SFERINI

27 marzo 2020

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