Il “Giornale per i bambini” su cui fu pubblicato a puntate “Storia di un burattino”

Le avventure di Pinocchio – storia di un burattino” sono uno di quei fenomeni letterari che iniziano col piglio dell’autore di farne una breve storia sul “Giornale per i bambini” dell’Italia di fine ‘800, quella che ha ancora per capitale Firenze, mentre invece diventano un vero e proprio pezzo di letteratura italiana, di letteratura nel senso più proprio del termine. Fu Benedetto Croce a promuoverlo in questo senso, dandogli una sorta di imprimatur, stabilendo che, dopo “I promessi sposi” del Manzoni, la favola di Carlo Lorenzini (che assunse il nome “Collodi” in omaggio al paese natio della madre), sarebbe stato non un romanzo popolare, ma semmai la favola popolare italiana per antonomasia.

E tale è rimasta nel corso di un tempo: forse per le tante metafore che la “Storia di un burattino” si porta appresso, esprime e comunica tanto al giovane quanto all’attempato lettore. Non c’è ragazzo o adulto che non si riconosca ora in questo ora in quel personaggio o in quello specifico carattere che Collodi ha regalato ai personaggi di una fiaba dalla struttura non facile, che si sviluppa con tanti colpi di scena: a cominciare dalle prime pagine, dal ciocco di legno da cui Mastro Antonio Ciliegia sente provenire la vocina e ne rimane spaventato.

Le tante trasformazioni fisiche di Pinocchio echeggiano certamente il mondo della favole più svariato: da quelle orientali piene di geni della lampada e schiavi dell’anello, tappeti volanti, fachiri e maghi illusionisti, fino a quelle anche un po’ orrorifiche dove la strega cattiva viene bruciata viva nel forno. Collodi trae spunti di differente estrazione culturale nel costruire il suo libro e gli assegna così un fascino che va oltre la storia, che la consegna al tempo imperituro del “classico“, qualcosa che non muore mai.

Pur avendo molte meno ambizioni letterarie dei grandi padri della letteratura italiana, Collodi, senza saperlo, senza poterlo sperimentare di persona, si avvicina a grandi maestri della fiaba, uscendo dal meraviglioso mondo della Toscana dove pure riesce ad inserire mitologie e fantastici personaggi che sarebbe stato anche solo impossibile pensare ad un autore classico. Ma per l’appunto, chi scrive una fiaba sa dove comincia e non sa mai dove va a finire: perché scrivere fantasticando vuol dire vagare senza bussola, provare a prendere ciò che è impalpabile tanto nella mente quanto nella fisicità reale della vita.

Bisogna fare uno sforzo maggiore nello scrivere piuttosto che nel rivivere la scrittura di una fiaba come stiamo facendo noi ora: in fondo, si tratta di una vera e propria opera d’arte. Come un Michelangelo che tira fuori dal blocco di pietra la grazia della “Pietà vaticana” e per tutti noi che la vediamo, la domanda frustrante ma allo stesso tempo fonte di estasi è: ma come avrà fatto mai a scolpirla, a immaginarla, a proporzionarla e a farne quella pietra che non è più pietra, ma va ben oltre l’idea della pietra.

Così, leggendo “Pinocchio“, chiunque va oltre l’idea stessa della fiaba: perché le avventure del burattino hanno sin dall’inizio qualcosa che prescinde dalla struttura classica del fiabeggiare. Mastro Ciliegia si ritrova un pezzo di legno che ha una “vocina” al suo interno e nessuno può dire o chiedere da dove provenga. Non è un folletto, non è uno gnomo, non è neppure un mago dalla voce di bambino. E’ una voce che esce da un tronco che sarebbe servito per rifare la gamba di un tavolo.

Sarà un burattino che, ad ogni bugia che andrà dicendo, avrà sempre più il naso lungo. Da allora le bugie non avranno solo le gambe corte ma pure il naso lungo. Diventerà linguaggio comune, entrerà nell’immaginario collettivo della pedagogia moderna dire ai bambini che se diranno qualche bugia, allora crescerà loro il naso. In tanti, da piccoli, ci siamo toccati il naso e ce lo siamo guardato quanto sapevamo di aver detto una sonora balla ai nostri genitori.

Geppetto (Nino Manfredi) e Pinocchio

Quella voce del mondo sa praticamente tutto: non si stupisce mai di nulla. A Geppetto che, anche nella meravigliosa trasposizione televisiva di Comencini, gli costruisce gambe mangiate dal fuoco, gli sbuccia pere e gli costruisce cappelli di mollica di pane e gli compera un abbecedario per andare a scuola, Pinocchio non domanda nulla. Non fa le normalissime inquisizioni fanciullesche che iniziano sempre con l’incipit avverbiale “Perché…?“.

Sembra sapere tutto del mondo e pare pure che tutti gli altri personaggi che gli capitano sul cammino frettoloso che il burattino – bimbo (nelle tante alterne sue trasformazioni magiche) lo conoscano e diano per scontato che può esistere un burattino parlante. Proprio come quelli del teatrante Mangiafoco che si intenerisce, starnutendo, e che alla fine regala a Pinocchio gli zecchini per comperare la casacca nuova al suo babbo.

Addirittura, Pinocchio esiste  già prima di diventare un burattino fatto e rifinito da mastro Geppetto, visto che la vocina esiste nel tronco di legno che non solo parla ma è capace di volare addosso al suo futuro padre putativo che finirà per prendersela con Mastro Ciliegia e venire con lui alle mani.

La fiaba è ricca di realtà umana ma è anche ricchissima di animali che parlano: dai medici chiamati dalla Bambina dai capelli turchini (un Corvo, una Civetta e un Grillo parlante) al Gatto e la Volpe, dal Granchio all’ennesima mutazione fisica da bambino ad asino, per finire ancora burattino nel ventre del Pesce-cane. Nessuno nella fiaba si stupisce dell’altro che ha davanti. L’oste del “Gambero rosso” ha per commensali a tavola un burattino, un gatto e una volpe che nelle illustrazioni di Enrico Mazzanti rendono benissimo l’idea assurda e geniale che Collodi ha creato per il suo pubblico di infanti (e non solo),

Il capolavoro sta tutto qui: nella metafisica, nella metempsicosi che porta l’io da un corpo all’altro, da una materia che dovrebbe essere inanimata ad una che è normalmente animata. Nel mondo di Pinocchio tutto è non solo è possibile ma ne è possibile immediatamente dopo il contrario.

L’ultima illustrazione di Enrico Mazzanti: Pinocchio diventa un “bambino perbene”

Fino al XV capitolo la scena è occupata dal burattino e dal suo rapporto iniziale con Geppetto e con il mondo in cui Pinocchio si comporta come un pezzo di legno anche quando è bambino: le regole della società per lui non valgono. La morale collodiana viene fuori, poco a poco, ma senza intaccare troppo una libera interpretazione della fiaba che, infatti, ancora oggi fa discutere tanto dal principio quanto, soprattutto, per il finale.

Dal XVI capitolo la figura della Fata dai capelli turchini diventa fondamentale nel racconto di un esserino che è nato orfano di madre e che finirà per diventare un bambino che vede sé stesso “buffo” quando era un burattino e che si giudica ora un “ragazzo perbene“. Per decenni la critica letteraria si dividerà su molti aspetti della fiaba di Collodi. Uno fra tutti quello più dirimente: la contrapposizione tra il mutaforme Pinocchio e il discolo Lucignolo.

Collodi lo descrive come “il più svogliato e birichino di tutta la scuola, ma Pinocchio gli voleva un gran bene“. I due, infatti, conservano un animo ribelle che si incontra vicendevolmente e che trascende il perbenismo, l’educazione borghese di fine ‘800, che non disdegna le comodità ma solo se non sono un premio per l’obbedienza. I confetti al rosolio della Fata non sono meno buoni dei dolci del Paese dei Balocchi, ma alla fine, alla colazione che gli offre il burattino a casa sua, entrambi preferiscono quel luogo dove è sempre giovedì perché lì il giovedì non si fa scuola. Sei giorni su sette è giovedì e uno soltanto è domenica. Quindi solo divertimento e mai lezioni.

In tanti hanno provato a tirar fuori la morale del bimbo cattivo e di quello buono traviato. Ma Lucignolo non è cattivo, è soltanto “birichino”, è quello che può essere un ragazzo della sua età: ribelle all’autorità dei genitori, delle istituzioni che lo vogliono istruire, della cultura che gli vogliono inoculare.

Non c’è scampo per Lucignolo se non nell’inganno dell’inoperosità, del divertimento permanente, di un paese, appunto, che promette tutto e che alla fine si dimostrerà essere un grande inganno. Collodi riequilibra qui un moralismo che avrebbe finito per inquinare l’intera fiaba: Lucignolo, infatti, ci fa versare anche qualche lacrima per la sua triste fine, mentre Pinocchio si salva grazie alle magie della Fata e finisce poi nel ventre del Pesce-cane.

E’ l’ultima ispirazione di Collodi prima del finale: riecheggia tanto il mito di Giona che, disobbedendo a dio, invece di recarsi a diffondere la fede a Ninive si imbarca su una nave e fugge verso Tarsis. Una infausta procella scaraventa l’imbarcazione su alte onde e, alla fine, Giova, per evitare la morte dei suoi amici confessa che quella è certamente l’ira divina per il suo disattendimento. Viene gettato in mare e inghiottito da una balena. Nel ventre del grande mammifero rimane tre notti e tre giorni (il numero tre si affaccia sempre sulla scena di un simbolismo che rimanda alla perfezione divina): si rivolge a dio con accorate preghiere e alla fine viene sputato dalla balena sulla spiaggia.

Versione colorata del “Pinocchio” di Enrico Mazzanti

Pinocchio dentro al pesce mostruosamente grande ritrova Geppetto, praticamente ora un padre a cui ubbidire dopo aver conosciuto quasi la morte per annegamento (quando era un ciuchino) e diventa altro dal burattino: per la prima volta, ciocco di legno e bimbo in carne ed ossa sono due figure distinte. E’ la separazione, la scissione netta che non può più essere composta. E’ un punto di non ritorno che, infatti, fa venire meno anche la figura della Fata dai capelli turchini.

Vale la pena leggere o rileggere “Le avventure di Pinocchio – Storia di un burattino“. Se poi preferite ascoltarlo letto dalla splendida voce di Paolo Poli, lo trovate a questo collegamento sul sito di Radio 3 o in formato audiolibro. Basterà chiudere gli occhi e rilassarsi e allora sarà non solo prosa, ma anche poesia.

Non sarà mai solo una fiaba, nemmeno un romanzo; tanto meno potrà mai essere definito un racconto. “Pinocchio” rimane un grande meraviglioso mistero. Nemmeno troppo misterioso ma è bello pensare che sia così tanto capolavoro tanto quanto misterioso nel poterlo pienamente capire fin dentro la sua essenza, sul come Collodi lo visse e lo creò. Forse proprio quel ciocco di legno che già parlava prima ancora di essere un burattino…

MARCO SFERINI

23 marzo 2020


Bibliografia cui si è fatto riferimento  e della quale si invita alla lettura:

Collodi, “Le avventure di Pinocchio – storia di un burattino“, Biblioteca Universale Rizzoli
Benedetto Croce, “La letteratura della nuova Italia(Volume V), Laterza

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