Una studiosa dei fenomeni sociali prodotti dal capitalismo come l’americana Beverly J. Silver (pagina biografica di Wikipedia in inglese), che tanto ha studiato la struttura economica in cui viviamo nei risvolti ciclici della complessità novecentesca, è arrivata alla conclusione che non si può mai avere una visione di breve termine quando si analizzano fenomeni di così vasta portata.

In poche parole, fenomeni che hanno assunto non solo una dimensione materiale globale nelle dinamiche di interscambio di merci, capitali (dalla guerra concorrenziale alla vera e propria finanziarizzazione dei capitali), ma tutte le derivate sovrastrutturali, dunque sociali, meritano una osservazione che non può limitarsi al commento, ma che necessita di diventare approfondimento costante. Dunque, studio.

Sarebbe pertanto sbagliato fare collegamenti tra lo sviluppo delle epidemie, soprattutto di quella in cui letteralmente ci troviamo a vivere oggi, il Covid-19, e gli ultimi anni di espansione liberista su tutto il globo.

Premesso che epidemie, pandemie, infezioni su vasta scala fanno parte del contesto naturale, della biologia di molteplici esseri viventi, quindi sono praticamente connaturati alla loro esistenza (tanto quanto lo sono microbi, batteri e tutti quegli organismi invisibili all’occhio umano), seguendo il metodo di studio di Silver, quindi spalmando nel ciclo lungo della lotta di classe, dello sconvolgimento dei rapporti tra capitale e lavoro, risulta comprensibile iniziare solo oggi una correlazione tra malattie e sviluppo economico-sociale.

Infatti, dalla fine della “influenza spagnola” di inizio ‘900, che infettò 500 milioni di persone nel mondo e che ne uccise ben 50 milioni, superando in percentuale di mortalità la “peste nera” del XIV secolo, fino alle più recenti pandemie, percorrendo più di un secolo di storia dell’umanità, si evince che ogni qual volta la struttura economica è stata colpita da pandemie, si è risollevata e ha costruito una espansione ancora maggiore delle leggi di mercato su tutto il pianeta.

Vero è che proprio in questi ultimi decenni la globalizzazione ha abbracciato tutto il globo, superando persino le categorie di imperialismo, di intromissione degli affari di uno Stato nei confronti di un altro Stato, dello scontro tra poli di accumulazione di capitali sovrastrutturati con organizzazioni come l’Unione Europea, la Comunità di Stati Indipendenti (erede posticcia e claudicante della vecchia URSS), il lato asiatico dell’industrializzazione robotica e della tecnologia, il lato americano più rivolto alla finanziarizzazione e all’industria bellica.

La globalizzazione capitalistica (o il capitalismo globalizzato) non sono stati dunque rovesciati da sconvolgimenti epidemici di massa e molto più su scala globale essi stessi rispetto alla velocità con cui un tempo si cambiavano titoli e merci.

Anche questo, se vogliamo, è un altro elemento contraddittorio del sistema capitalistico che ha creato elementi di convergenza tra i lavoratori nei momenti di estrema difficoltà, riproponendo al tempo stesso modelli nazionalisti in una sorta di unità interclassista (come si può del resto assistere in questi giorni nell’abbondante retorica cui ci si aggrappa come ad una sorta di laica religione salvatrice dal virus), esaltando un individualismo spinto, quello del “si salvi chi può” che guarda già al dopo-virus come punto di partenza di una corsa truccata dove rimane in piedi il modello americano del “self made man” e non una rinascita della solidarietà proletaria, di una coscienziosa unità di classe.

Ogni evento sconvolgente non direttamente controllabile dalla classe dominante ha nel corso del Novecento modificato gli equilibri del capitalismo. Ma non ha creato le premesse per un suo rovesciamento; nemmeno lontanamente ha fatto scattare una molla materiale o ideologica che consentisse agli sfruttati di rendersi pienamente conto della necessità del capovolgimento della società.

Soltanto il 1968/1969 in Italia (e non solo) e il movimento mondiale del 1969 hanno visto la classe operaia e i lavoratori unirsi e battersi per acquisire nuovi diritti universali per il mondo del lavoro: in modo “selvaggio“, senza obbedire a regole, forzando ampiamente la mano alla disciplina sindacale, iniziando il blocco della produzione magari proprio quando un contratto nazionale era già stato scritto tra sindacati, governi e padroni ma veniva ritenuto insufficiente dalla grande massa dei lavoratori.

Per il resto, terminato il biennio in questione e passati gli anni ’70 (pure importantissimi nel freno sociale all’istinto già allora liberista del capitale), con la fine della guerra fredda e la spartizione del mondo in due blocchi, il mercato è divenuto padrone di tutto, anche delle epidemie e le ha sfruttate a proprio vantaggio: così come sta facendo oggi.

Si chiudono tutte le strutture commerciali ma gli operai, la parte della catena più debole perché più importante, devono rimanere in regime produttivo: si stipulano protocolli di salvaguardia della salute attraverso un tiepido riformismo che produca norme atte a non ostacolare troppo la stabilità dell’impresa che rimane al centro dell’attenzione, mentre i lavoratori ne sono, come sempre, una appendice, una variabile che può pure ammalarsi ed immolarsi sull’altare del profitto. Comunque vadano le cose…

Già da questi protocolli si può arguire che, passata l’epidemia, tutto non solo tornerà come prima, ma tornerà con maggiore prepotenza, richiedendo il pagamento dei “sacrifici” della BCE (750 miliardi per salvare l’Euro, quindi per salvare i privilegi dei banchieri e dei grandi finanzieri) e inasprendo il peso del costo della pandemia sulle classi più deboli, sugli sfruttati moderni.

Ipotizzare un repentino cambiamento del sistema capitalistico – che del resto non significa altro, almeno nei termini più speranzosi, aprire un varco in cui penetri una leva di coscienza critica e sociale che sovverta l’ordine economico esistente – è al momento una ipotesi tanto illusoria quanto fantasiosa.

Indubbiamente, spalmati su un periodo lungo, i riflessi della crisi, quindi il battere cassa da parte dei creditori che esigeranno dalle banche quelle restituzioni che a loro volta gli istituti di credito esigeranno da aziende, strutture pubbliche e cittadini singoli, si protrarranno probabilmente per anni e anni e solo avendo questa consapevolezza – quella dei “tempi lunghi” delle ciclicità del sistema del profitto e delle merci – si potrà provare a ricostruire un movimento comunista capace di aprire contraddizioni forti nel periodo in cui sarà terminata la pandemia e si potrà dedicare ogni energia alla lotta sociale, sindacale, scolastica, precaria e non-lavorativa.

Ad una nuova forma di lotta del moderno proletariato mondiale, degli oltre due miliardi e mezzo di salariati che nel mondo esistono e che devono poter essere consapevoli della loro condizione di sfruttamento.

MARCO SFERINI

20 marzo 2020

Foto di Diese lizenzfreien Fotos darfst du zwar verwenden da Pixabay

Print Friendly, PDF & Email