Alda Merini, foto Wikimedia Commons

Per il mio 37esimo compleanno (quindi ormai quasi dieci anni fa), un caro amico mi regalò un libriccino edito da Bompiani. Uno di quei libri che regali perché sai che è quello giusto, quello che non può non piacere. Un regalo, insomma, su cui vai sul sicuro. Ed infatti fu così. Per mesi ho tenuto accanto a me quel testo con l’immagine di una donna dallo sguardo vitreo, con un fiorellino in mano, persa nel vuoto dell’altro da sé stessa.

Per mesi l’ho sfogliato, letto e sottolineato con la mia mente nelle pagine che più mi hanno emozionato nel momento in cui mi sono sentito uguale a chi l’aveva scritto: in certe espressioni, dove la pittura delle parole tratteggiava fenomeni, persone, luoghi e sentimenti che avevo percepito in quei 37 anni di vita.

La pazza della porta accanto” (Tascabili Bompiani, XII edizione, 2009) di Alda Merini, è frutto interamente della fantasia della grande scrittrice e poetessa. Come si suole dire: ogni riferimento a persone e cose e fatti è da considerarsi puramente casuale.  Ma questa dicitura potrebbe avere un seguito: causale sì, ma non lontano dall’intimità che si riscontra nel confronto con l’esteriore, con il mondo in cui la pazza vive.

Dice la pazza: “Io sono una sedia, una sedia su cui non si siede mai nessuno.“. E’ lasciata da parte la sedia, è rifuggita con paura; tutti, o quasi, le preferiscono altre sedute. Quella sedia non è sicura, è traballante, come tutta la sua esistenza, fuori e dentro il manicomio, tra psicologi e psichiatri, tra bipolarismo e figlie che nascono, tra premi letterari e un esame di italiano non riuscito al meglio per arrivare agli studi ginnasiali.

La pazza parla nell’incipit del libro che scrive: “Tu non sai quante volte bacio i cancelli di casa mia che si aprono soltanto se citofono alla pazza della porta accanto. E lei mi lascia fuori come un mendico. Ma io servo la sua nudità, la sua avarizia e il suo vangelo assassino.” (XII ed. 2009, Incipit)

Alda Merini ti apre la porta sempre, non si cura di chi citofona, ogni contatto con la realtà è certamente contatto con la sofferenza perché l’amore, la felicità, la dimenticanza del grigiore della segregazione, del turbinare della mente in foschi pensieri, sono lunghi, si protraggono nel tempo e verso altre persone: l’amore è fuggevole, per arrivarvi a volte bisogna cercarlo dove non si vorrebbe (“tra le braccia di un’altra o in cima ad Archimede“, XII ed. 2009, pag. 13).

E’ un fluire continuo di giochi con tante visioni questo testo della Merini, un sogno di una notte lunga di estate intera, da giugno a settembre; va oltre tutti i mesi dell’anno e non ha tempo, quindi. Pagina dopo pagina la percezione dell’esistere viene sostituita da un grande vuoto fatto della comprensione della piccolezza umana, ma anche della grande potenza curatrice dell’immaginazione e della poesia.

Frasi senza senso compiutamente inteso, senza collegamenti fra loro, non deteriorano la sintassi della scrittura, ma la amplificano, esaltano la possibilità di creare dal nulla, di parlare del niente e, allo stesso tempo, è proprio il niente, slegato da ogni nesso logico, a regalarci grandi salti in un cosmo tutto nuovo, fuori dai confini della terra, oltre giudizi e pregiudizi, oltre qualunque visione pragmatica o ideale.

Quando una donna si può rappresentare, io canto la musica migliore che ho nel cuore” (XII ed. 2009, pag. 16). E’ felice Alda Merini nel momento in cui riesce a tratteggiare il volto di una figura femminile. Forse vi si rispecchia. Forse no. Non lo sapremo mai. Ma è certo che anche in questa musica che riecheggia dal suo cuore, in questa metafora vissuta chiudendo certamente per un attimo gli occhi, la pazza della porta accanto sente la “trama di un amore“.

Quando avrete tra le mani il libro non pensatelo come tale: pensate di avere tra le mani un ordinato caos mentale: dove ogni immagine è trattata come il caleidoscopio tratta i pezzetti colorati che si combinano e scombinano senza mai lasciarsi veramente, ma creando in posizioni diverse un disegno completamente differente da quello di prima.

La lettura di molti libri e di molte poesie di Alda Merini è proprio questo: uno smarrimento davanti alla vita, un andarle incontro sapendo che la violenza degli elementi, dello Stato, delle persone singole sbatterà contro lei e contro noi. Ma non rifiutandosi mai di avere questo scontro: perché non averlo significa rinunciare proprio a vivere, a tormentarsi (“Certi sogni nascono scorretti fin dalla primissima infanzia. E di fatto si ricordano traumi fetali e gestazioni prive di gaudio.“, XII ed. 2009, pag. 93).

Alda Merini, considerata bipolare dagli psichiatri della sua epoca giovanile e poi matura, conserva, se vogliamo, un bipolarismo dentro il linguaggio di chi è sveglio ma sogna allo stesso tempo, di chi si rifugia nell’introspezione per fuggire via lontano da sé stesso, ma deve toccare le sue più intime corde proprio per sentirne il suono e allontanarsi tanto da non udirlo più. Si confronta con il mondo, la pazza. Sempre.

Si racconta mestamente ma pure con toni decisi quando ricorda la rabbia per i tanti pregiudizi formati da sguardi ricurvi che la osservano e la giudicano. Appoggia sé stessa ad una finestra verso il farsi sera e sente come se la lama di una ghigliottina la trapassasse, le volesse separare dalle visioni che ha intorno. E’ un rifiuto verso ciò che vede, ma è anche quella sofferenza che la fa rimanere desta, per niente intorpidita dal conformismo perbenista che divide i normali dagli anormali, i sani dai pazzi, le maggioranze dalle minoranze.

Alda si racconta anche come poetessa. Anzi, soprattutto come donna che è poesia e viceversa: “Ciò che il poeta chiede alla società è di avere un posto qualsiasi nella vita e, guarda caso, un posto coerente. La diversità di cui si accusa un poeta è falsa. Ce la mette tutta, per esempio, per essere uguale alla pazza della porta accanto, visto che lei è incoerente e folle ma ammirata da tutti.” (XII ed. 2009, pag. 114).

Lo fa qui in forma di prosa, ma la sua è comunque sempre una poesia che si evolve e che informa la vita di sé stessa: si nutre dell’esistenza ma ne riempie anche i grandi vuoti, le stagioni del dolore, del distacco, dei ricordi e del tempo che trascorre e che consuma ciò che siamo stati.

Alda Merini nasce “ad ogni alba che si leva“, come D’Annunzio proclamava di sé stesso con il suo tronfio stile da Vate. Ma a differenza sua, lei muore anche ogni giorno ad ogni tramonto che si adagia sull’orizzonte del visibile e del vivibile.

Per favore, leggete Alda Merini e sappiate che se vi sentirete fuori luogo, se non ne comprenderete le strofe e le parafrasi dell’essere e dell’esserci, non sarete cascati dentro una vuota ontologia letteraria, ma proprio lì, nella grande distanza tra voi e lei c’è già, in nuce, la scoperta della straordinaria inconsistenza della vita e, al tempo stesso, quindi il grande enigma che è la pietra preziosa migliore che portiamo al collo ogni giorno.

MARCO SFERINI

17 marzo 2020

foto di copertina: screenshot

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