Nel 1884 a Warren, una città dell’Ohio, nasce uno scrittore che diventerà famoso soltanto verso la fine della sua breve vita: si tratta di Earl Derr Biggers. Alla maggior parte di chi legge questo nome non dirà praticamente nulla, così, isolato dai titoli dei suoi romanzi e dai film che ne sono stati tratti. Ed è anche possibile che, dopo aver reso noto il personaggio che creò, qualcuno di voi strabuzzi gli occhi, si porto una mano in capo e se lo gratti per cercare di racimolare qualche ricordo in merito.

Non vi preoccupate, se la testa non vi suggerisce niente, se volete siamo qui per parlarne e per farvelo conoscere. Chissà… magari anche per suscitarvi la voglia di leggere qualche libro scritto dal giovane Biggers che, a causa di un attacco di cuore, morì all’ospedale di Pasadena (in California) dopo esservi stato trasportato da Palm Springs, a soli 48 anni.

Per la verità, di Biggers, anche andando a spulciare su Internet, si trova davvero poco in merito alla sua biografia. La pagina italiana di Wikipedia, impietosamente, riporta solo una riga: praticamente la data di nascita e di morte con in aggiunta la notizia che si laureò ad Harvard, il che fa sempre un certo effetto.

Di lui sappiamo che scrisse sei romanzi tra il 1913 e il 1933: più che altro novelle slegate l’una dall’altra, indubbiamente piacevoli da leggere ma che non ottennero la celebrità che gli diede la creazione di un immaginario investigatore che, ancora oggi, merita un posto d’onore nella galleria letteraria insieme ai gialli di Agatha Christie tra Miss Marple ed Hercule Poirot, Arthur Conan Doyle con il celebre Sherlock Holmes, George Simenon e il suo commissario Maigret, passando per Edgar Wallace e anche per i più recenti maestri dell’indagine sia deduttiva sia classica alla Camilleri con Montalbano o alla Carlo Lucarelli tra la simpatica bislaccheria dell’ispettore Coliandro o la pregevole serie che ha per protagonista il commissario De Luca.

Chi è dunque l’investigatore creato da Earl Derr Biggers? Si chiama Charlie Chan, ed è un ometto non tanto alto, paffutello, di origine cinese: come si evince dal nome lo è per metà. Eh sì, perché vive ad Honolulu pur essendo nato a Canton. Ha una famiglia numerosissima: ben 13 figli e una moglie che non compare mai nei romanzi, un po’ come quella del tenente Colombo nei telefilm interpretati da Peter Falk.

Charlie Chan vive nelle Hawaii ormai divenute parte integrante degli Stati Uniti d’America dopo un breve periodo repubblicano seguito al Regno dei Kamehameha, dinastia creata dallo stesso Kamehameha I nel 1795 e rimasta più o meno indipendente fino al 1893 quando gli inglesi vi posero un loro “governo provvisorio” che ebbe solo un anno di vita. Il resto della storia dell’arcipelago è tutto proiettato nelle vicende che la zona dell’Oceano Pacifico ebbe a vivere nel corso del Novecento.

Prima di essere un investigatore dal grande acume, Charlie Chan era un cameriere. Lascerà questo mestiere e diventerà tenente nelle fila della polizia americana ad Honolulu. Per le sue indagini si sposta ovunque: è meno sedentario di Sherlock Holmes, Maigret o Montalbano, ma viaggia alla pari di Poirot e pure di Miss Marple che, da buona zitella inglese, si spinge una volta persino nei Caraibi.

Nelle sue indagini è meticoloso, coltiva il dubbio anche se lo reputa “un gioco per sciocchi” se per troppo tempo lo si tiene in sospeso senza provare a formulare delle ipotesi su questa o quella particolare vicenda che, naturalmente, riguarda un delitto che appare insolubile.

Per iniziare a conoscere il Chan letterario di Biggers potete entusiasmarvi con l’intricato caso di “Charlie Chan e la crociera tragica“, cinematograficamente adattato e tradotto in “Charlie Chan e la crociera maledetta“. In effetti che su una nave bella, elegante, dove tutte le sere si balla, avvengano dei delitti e ciò sia attribuibile a qualcosa di soprannaturale è più invitante per un pubblico di sala degli anni ’40 rispetto alla meno accattivante ipotesi della “tragicità“. Un delitto, per definizione, è tragico. Ma può non essere maledetto. Forse può diventare maledettamente intricato, un rompicapo per qualunque altro agente della polizia americana, ma non per Charlie Chan.

I suoi superiori, del resto, lo sanno, conoscono la sua arguzia e non hanno gelosia o timore nell’affermare: “Quando Charlie ha un sospetto, di solito ha ragione“. Diventa una sorta di mantra nelle tante crociere che il tenente Chan fa per risolvere casi complicati.

Al cinema lo interpretano prima Warner Oland che di cinese ha poco o niente: è svedese di padre e russo per parte materna. Ma, c’è in ma… La madre è di discendenza mongola e Warner ha lineamenti che possono farlo sembrare un perfetto cinese, pur essendo nato in Svezia a Nyby. Morirà a Stoccolma nel 1938 dopo aver rivestito i panni di Charlie Chan in ben 16 pellicole dal 1931 al 1937.

Sidney Toler in “Charlie Chan e il denaro che scotta” (1946)

Il secondo volto dato al tenente di Biggers al cinema è quello di Sidney Toler. Forse il più riuscito, anche se, a differenza di Oland, si discosta dalla descrizione che Biggers fa del suo personaggio in “Charlie Chan e il cammello nero“, in cui viene minuziosamente tratteggiato come un ometto tracagnotto, quindi basso di statura e paffutello. Toler è il contrario: alto, proporzionato, ma interpreta magistralmente la sua parte.

Tutti i film interpretati da Oland, Toler e successivamente da Roland Winters (la figura attoriale meno aderente ali tratti dati da Biggers a Chan) hanno avuto come doppiatore del detective il grande Elio Pandolfi che ha saputo regalare a Charlie tutta la sua “cinesità” nel rimarcare perfettamente il suo linguaggio privo di articoli, fatto di verbi all’infinito, frutto di un compromesso tra la originaria lingua madre di Canton e l’adattamento all’inglese americanizzato delle Hawaii.

Un’altra caratteristica di Charlie Chan è il ricorrere spessissimo a proverbi orientali in funzione di metafora per spiegare atteggiamenti umani, fatti e questioni che si avviluppano nella ricostruzione del delitto e che trovano la loro soluzione in ciò che il tenente di Biggers sospetta prima di ogni altro, capisce ma non rivela fino alla fine, perché, appunto usando una delle sue frasi di circostanza: “Esperienza insegna che occorre sospettare di tutti, anche di lei Tenente Macey“, afferma davanti ad un suo amico poliziotto in “Charlie Chan a Reno“.

Il mondo poliziesco di Biggers non è fatto di grandi sparatorie. Charlie Chan è a metà tra la perspicacia psicoanalitica de “L’ispettore Derrick” e l’acutezza deduttiva del classico Holmes. Tanto nei libri quanto nelle trasposizioni cinematografiche di Hollywood, i gialli affascinanti, in bianco e nero, che ci fanno fare il giro del mondo attraverso le tante avventure che vive Chan, sono un costante invito alla ricerca del colpevole insieme a Charlie, finendo dentro alle pagine, riga per riga, seguendolo come fanno i suoi figli che, guarda caso, vogliono quasi tutti fare i detective come lui.

Troverete anche tanta comicità nello stile di Biggers: è meno serioso di Simenon, forse anche meno ironico di Conan Doyle, ma è spirito tanto quanto Agatha Christie che fa pronunciare a miss Marple e a Poirot molte battute sardoniche.

L’invito alla lettura e alla visione dei film tratti dai libri di Earl Derr Biggers è l’invito ad entrare in un mondo magari sconosciuto anche ai più incalliti amanti del genere giallo, ma soprattutto a chi vuole scoprire l’intero universo del mistero dell’animo umano che trova sovente il suo sfogo nella violenza a causa dei più svariati moventi: dall’amore al denaro, da inconfessabili segreti allo spionaggio di Stato.

MARCO SFERINI

11 marzo 2020

foto: montaggio da screenshot

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