La sofferenza innaturale della naturalità del nostro pianeta ci è stata mostrata oltre che dai dati scientifici anche da un grande movimento mondiale che, apparentemente, una bambina svedese dalle bionde trecce e dall’impermeabile giallo, sedutasi ogni venerdì davanti al parlamento di Stoccolma per protestare e chiedere uno sciopero mondiale per il clima.

Ne è venuto fuori il “Fridays for future“, l’onda verde giovanile che ha responsabilizzato le coscienze di molti ragazzi e ragazze che si sono sentiti parte del problema e che hanno provato a diventare “soluzione” del medesimo scendendo nelle piazze di mezzo mondo e lanciando ai grandi poteri economici e politici un messaggio chiaro: è già troppo tardi per salvare la Terra. Non peggioriamo, quanto meno, la situazione che già oggi appare irreversibile.

Lo scioglimento dei ghiacciai e il cannibalismo fra orsi polari, cui si è potuto assistere recentemente, sono immagini davvero plastiche, che rimangono nella mente perché sono frutto della disperazione di un ecosistema che non è più “eco” e nemmeno più “sistema“.

Ogni continente conosce devastazioni ambientali frutto della voracità capitalistica, della spasmodica ricerca del profitto per far girare una economia che, per sua indole, deve continuare a svilupparsi mediante una accelerazione concorrenziale che verte su produzioni massive, che hanno bisogno – come nel caso della telefonia mobile e di molti altri elettrodomestici – di componentistica ricavabile solo dall’utilizzo di materiali estraibili da sottosuoli ipersfruttati e dove a sfruttamento materiale delle miniere si aggiunge lo sfruttamento becero della forza-lavoro minorile. In Africa, in Asia… In vaste regioni dove le guerre provano ad essere, oltre modo, la longa manus della politica che deve sistemare gli interessi dei grandi poli di strutturazione economica moderna.

Devastazione ambientale e devastazione animale ed umana viaggiano di pari passo, anche se facciamo finta di accorgerci solo dei pericoli che riguardano la nostra cosiddetta “specie“.

Correnti “ecomarxiste” di fine ‘900 hanno sviluppato una critica rispetto alla cosiddetta “versione marxista tradizionale del capitalismo” e l’hanno declinata in più deduzioni (e contro-deduzioni) che non hanno inteso pretendere di oltrepassare l’analisi scientifica fatta ne “Il Capitale“, quindi l’insieme della costruzione meticolosa della critica dell’economia politica; semmai hanno provato ad aggiungere un tassello mancante ad una elaborazione di dati rinnovatisi nel tempo, aggiornando le contraddizioni della critica alla critica delle contraddizioni. Provando, così, a impiantare nel marxismo il problema ecologico come elemento non più secondario, bensì primario nella lotta contro lo sfruttamento: dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura.

E’ stato Marx per primo a contraddire i riformisti tedeschi quando affermavano che “la fonte di ogni ricchezza” risiedesse nel lavoro. Criticando Lassalle e il suo partito, Marx demolisce questa affermazione e vede proprio nella natura l’origine primaria di ogni ricchezza (“Critica del programma di Gotha“, edizioni varie) Nel lavoro vede il mezzo per la trasformazione delle ricchezze naturali in merci, in prodotti scambiabili sul piatto della concorrenza capitalistica.

Dunque, Marx introduce un elemento molto importante nella sua critica dell’economia politica: il capitalismo depreda il mondo e tramite lo sfruttamento della forza-lavoro rende merce ogni altra cosa oltre l’essere umano stesso che è già merce, perché è il punto da cui prende avvio la produzione della trasformazione delle materie prime naturali in altro dal ruolo che la natura ha affidato loro.

Il tronco di un albero, tagliato, levigato e intarsiato da un mobilificio, cessa di essere solo tronco e diventa legno pregiato: diventa merce, quindi possiede un valore di uso e un valore di scambio. Mentre la funzione dell’albero è esclusivamente quella di fare l’albero, di contribuire quindi con la sua natura all’ecosistema, sviluppando mediante la fotosintesi clorofilliana la sostenibilità delle forme di vita.

La deforestazione selvaggia di vaste aree verdi del pianeta è funzionale al moderno liberismo per mantenere costante il regime dei profitti, per evitare la conversione ecologica dell’economia e quindi l’impiego di sempre maggiori capitali – sottratti al capitale costante, ergo all’accumulazione del capitale stesso – per dare vita a produzioni che tentino di eliminare una parte infinitesimale delle contraddizioni irrisolvibili tra depauperamento ambientale e presunto “sviluppo” moderno del mercato.

James O’Connor

Esistono, inoltre, come osserva molto bene James O’Connor (sociologo ed economista dell’Università della California di Santa Cruz) fin dal finire del secolo scorso, problemi tra gli investimenti capitalistici e la domanda di consumo: i primi, infatti, tendono ad espandersi molto più rapidamente rispetto alla creazione e ricreazione della necessità delle merci.

Si va così incontro ad una tendenziale sovrapproduzione che non viene assorbita dall’aumento esponenziale della natalità sulla terra, quindi dal passaggio da 6 a quasi 8 miliardi di individui presenti oggi nei cinque continenti.

La condizione di estrema povertà di larghe fasce della popolazione mondiale, il fatto che i salariati abbiano ad oggi toccato i 2 miliardi e mezzo di individui (le fonti sono rintracciabili negli studi del Fondo Monetario Internazionale, quindi sono fonti indubbie perché non appartengono a nessuna scuola marxista…), sono elementi strutturali che non contribuiscono all’assorbimento di una offerta di merci che è impossibile da un lato contrarre e dall’altro gestire laddove si interrompe il ciclo produttivo per via dell’impedimento alla circolazione delle merci fino al loro approdo finale: la vendita.

La critica “ecomarxista” si spinge poi oltre: come sappiamo, Marx afferma che il capitalismo viene dominato dalle proprie crisi, che ne è prigioniero. Si tratta della contraddizione massima: sviluppa molti beni di consumo, accumula immensi profitti nelle mani di sempre meno capitalisti e, per questo, non può generare benessere per tutti gli esseri viventi. Anzi, attraverso le crisi economiche, il capitalismo accumula ancora di più perché è con le crisi cicliche che riesce a ristrutturarsi, a rimettere qualche toppa dove s’è aperta una falla che evidenzia la fragilità di questo gigante d’argilla globale.

Così il capitalismo moderno tenta di adattarsi a sé stesso, alle crisi che esso produce e che sfrutta per risolvere le crisi stesse, cambiando i rapporti di produzione oppure mutando le forze della produzione. In entrambi i casi ciò esige una riconversione e un adattamento dei rapporti tra struttura economica e sovrastrutture: stato, rapporti cooperativi, rapporti sociali e così via.

L’introduzione nella produzione di maggiore meccanizzazione è un elemento di ristrutturazione molto impattante, che esclude tanta parte della classica forza-lavoro e che prova a ricavare più profitto mediante l’espulsione dal processo produttivo del costo della mano d’opera.

La computerizzazione stessa, la digitalizzazione dei sistemi moderni di fabbricazione delle merci, così come la trasformazione dell’individuo in appendice di un processo affidato a tempistiche contingentatissime, tutto regolato da rulli trasportatori, robot che gestiscono ogni settore affidando al lavoratore il compito del mero recapito della merce a casa, sono il frutto della disperazione di un sistema che non riesce più a trovare sbocchi, che è in affanno ma che gestisce ancora le sue crisi economiche.

L’espulsione del lavoratore dal ciclo produttivo avviene anche mediante la creazione di contratti che lo mutano in dipendente di sé stesso pur dentro un contesto di interdipendenza con la multinazionale internettiana che distribuisce in tutto il mondo qualunque tipo di merce voglia il cliente.

Ne consegue una ulteriore spersonalizzazione dell’individuo nel contesto capitalistico, una alienazione che non deriva più dalla ripetitività ossessiva dei ritmi di produzione della catena di montaggio, ma dalla gestione dei tempi propri che vanno regolati con il resto della vita che resta e che non è più divisa in tre parti secondo lo schema preciso del diritto al riposo e del diritto al cosiddetto “tempo libero“. Non si hanno più 8 ore per ogni cosa. Si ha quel che si riesce a racimolare dopo che l’ultimo pacco è stato consegnato. Ken Loach ha sintetizzato molto bene tutto questo nel suo ultimo lavoro: “Sorry We Missed You“.

Le domande sono tante e restano tutte sul tappeto: oggi il capitalismo in crisi riesce ancora a gestire le crisi mediante le crisi stesse? E’ ancora un sistema economico dominato dalle crisi cicliche, che quindi le produce e dalle quali è maleficamente posseduto ogni volta se vuole uscirne? Quanto conta il potere politico in questa moderna ristrutturazione del sistema dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura? Quando saranno finite le risorse primarie, quelle naturali, dalle foreste ai combustibili, dalle miniere alla pesca intensiva nei mari, agli allevamenti intensivi di animali, cosa potrà ancora sfruttare il capitalismo?

La risposta che per prima viene alla mente, provando ad abbracciare anche parte dei suggerimenti dell’ecomarxismo, è che nessuna ipotesi di rivoluzione, di cambiamento radicale può prescindere dalla comprensione che ecologia e capovolgimento economico vanno di pari passo. Provare a scinderli e pensarsi ecologisti nel capitalismo è come pensare ad un capitalismo ecologista: è una assurdità, una vera e propria utopia.

Non è una questione etica, ma è una questione di lotta di classe, di lotta oltre la classe stessa: significa elevare l’anticapitalismo a movimento fondante tutti gli altri movimenti. Da quello ecologista a quello per i diritti civili contro ogni discriminazione sessuale, da quello classico sindacale a quello per i diritti delle donne, passando per i diritti di tutti gli esseri viventi: vegetali e animali.

Antispecismo e comunismo non sono separabili se vogliamo salvare il Pianeta e ogni essere che lo abita, che quindi vive su esso. Vive… sopravvive, spesso in condizioni di schiavismo dettato da una ricerca della massificazione della produzione che raggiunge livelli che superano persino l’a-eticità del sistema (in senso negativo, si intende).

Così come sono inseperabili anticapitalismo (quindi comunismo) e moderna lotta di classe. Senza liberazione umana non c’è liberazione di alcun altro tipo, perché visto che è l’essere umano a dominare (purtroppo) il pianeta, la rivoluzione o parte dagli esseri umani o sarà la natura a fare il suo corso. E le forze della natura, lo si voglia o meno, a partire dallo sviluppo di patogeni come i virus, sono più forti di qualunque deposito di denaro capace di provare a comperare la salute, la fine dello scioglimento dei ghiacciai e del cannibalismo tra gli orsi polari.

MARCO SFERINI

9 marzo 2020

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