In tempi di Coronavirus Covid-19 non dovrebbe spaventarci la poesia di un frate che invocava su di sé tutti i peggiori malanni, augurandosi anche di poter essere il peggiore fra i petomani, affinché tutti lo rifuggano, senza curarsi cristianamente dell’olezzo con cui avrebbe infestato le persone al suo passaggio… Oppure auspicando una morte tra le peggiori, crudele, feroce.

Jacopo dei Benedetti (1236? – 1306), altrimenti detto Jacopone da Todi, non dovrebbe essere un nome sconosciuto per gli studenti degli istituti superiori. Generalmente viene citato nella letteratura medievale italiana per le sue “laudi” e, segnatamente, per “O Segnor, per cortesia“, dove il frate francescano votato alla mortificazione di sé stesso e ad un esasperante misticismo, si augura, proprio per punirsi dei peccati e reprimerne nuovi, che Iddio gli faccia avere le peggiori malattie.

Eccone alcune strofe con la parafrasi tra parentesi:

O Segnor, per cortesia,
manname la malsania!
(O Signore, per cortesia, mandami la lebbra!  [Nel Medioevo considerata “la malattia” per antonomasia])

A me la freve quartana,
la contina e la terzana,
la doppia cotidïana
co la granne etropesia.
(Possa venirmi la febbre quartana, quella terzana e quella che viene due volte in un giorno insieme alla grave idropisia)

A me venga mal de denti,
mal de capo e mal de ventre,
a lo stomaco dolor pognenti,
e ’n canna la squinanzia.
(Possa venirmi mal di denti, male alla testa e male al ventre, male allo stomaco con dolori pungenti e l’angina alla gola)

Mal degli occhi e doglia de fianco
e l’apostema dal canto manco;
tiseco ma ionga en alco
e d’onne tempo la fernosia.
([Possa venirmi] male agli occhi e male alle reni e un ascesso al cuore; possa venirmi la tubercolosi e il delirio in ogni momento)

Aia ’l fecato rescaldato,
la milza grossa, el ventre enfiato,
lo polmone sia piagato
con gran tossa e parlasia.
([Possa venirmi] il fegato infiammato, la milza ingrossata e il ventre gonfio, che i miei polmoni [possano essere] piagati da una grande tosse e paralisi).

Tutto questo viene da Jacopone spiegato nell’ultima strofa, così…:

Signor meo, non n’è vendetta
tutta la pena ch’e’ aio ditta,
ché me creasti en tua diletta
et eo t’ho morto a villania.
(O mio Signore, tutti tormenti che io ho [qui] descritto non sono una vendetta eccessiva, perché tu mi hai creato per il tuo amore e io ti ho villanamente fatto morire [crocifisso]).

Non solo dalla lettura di questa laude si può trarre una riflessione sulla tragica attualità della pena come strumento di espiazione dei cosiddetti “peccati” sul piano religioso e delle reità sul piano propriamente laico – civico; si può fare forse un esercizio di critica ulteriore se si pensa al ruolo che, ottocento anni dopo Jacopone e le sue malattie, riveste la punizione nel sistema formativo, nella crescita individuale di ciascuno di noi, attraverso la scuola, la famiglia, la società che conosciamo ogni giorno e che sovente ci impone di “mondarci” delle colpe.

Benché la Chiesa sia molto resiliente (termine che piace molto, forse grazie soltanto alla notorietà assunta mediante “Striscia la notizia“) e quindi si adatti all’evolversi generale dei tempi, non le si può certo chiedere di escludere dal proprio catechismo la funzione primaria assolta dall’introduzione del “peccato originale” biblicamente inteso e, di conseguenza, del “peccato” tipicamente umano storicamente determinato e declinato, a seconda dei casi, in questo o in quel comportamento.

Così, dopo duemila anni di storia occidentale e di lenta evoluzione morale di un mondo che ha avuto una accelerazione nello sviluppo scientifico, aprendo nuovi orizzonti alla morale stessa, i concetti di colpa e di pena sono rimasti come punti di partenza per stabilire i confini comportamentali di ciascuno secondo le leggi divine e morali e quelle del diritto statale propriamente detto.

Perché la colpa deve far parte della nostra vita; non può non farne parte. Questo è il vero dramma. Non si può immaginare nel capitalismo una azione che sia priva della colpa se questa devia dalle regole imposte dalla comunità laica e sociale o da quella ecclesiastica (per chi, evidentemente, crede nei precetti ecclesiastici e ha una fede).

La colpa esiste tanto nei comportamenti oggettivamente di nocumento di Tizio verso Caio, come i reati più odiosi e criminali, quelli che mettono a repentaglio la vita e il benessere individuale (e collettivo) degli esseri viventi (con un certo privilegio per quelli della nostra stessa specie…), quanto nei comportamenti che possono essere oggetto di interpretazione in merito: fa o non fa danno Tizio se, per esempio, fa uso di marijuana? La società stabilisce ciò: lo fa con le sue istituzioni che si uniformano ad una morale che è, come ci insegna il marxismo, sempre e soltanto la morale della classe che domina economicamente la società.

Un tempo la si chiamava “morale borghese“. Oggi pare brutto usare questi termini considerati desueti, seppure descrivano comunque bene come i confini del lecito e dell’illecito stiano entro i dettami di chi detiene il potere mediante la concentrazione dell’accumulazione dei profitti.

L’espiazione della colpa avviene quasi sempre attraverso la reclusione, la deprivazione della libertà. Per fortuna, dopo la Seconda guerra mondiale, la nostra Costituzione ha introdotto nel campo del diritto italiano un salto di qualità veramente “morale“, definendo la figura del reo come soggetto da riabilitare e non soltanto da punire.

Oggi questa descrizione del cittadino che commette un reato, fatta come la prevede la Carta del 1948, viene comodamente e semplicisticamente definita “buonista“. Chi ritiene che un assassino possa anche pentirsi del suo gesto, comprendere l’errore che ha commesso ed espiare la pena con un misto di senso di colpa e di voglia di riprendere un posto nella società per contribuire al suo sviluppo e alla sua armonia, rientra nella casistica semplicistica (e sempliciotta) di coloro che tutto catalogano in base al grado di crudeltà che si può applicare ai delitti.

Sono quelli dal “dito sempre puntato“, quelli che condannano sempre, che – a differenza di Giovanni XXIII – pur dichiarandosi cristiani, prendendo rosari in mano ai comizi elettorali, mostrando la Bibbia così come Erdogan mostra il Corano nei suoi appuntamenti di piazza, non distinguono mai l’errore dall’errante. Invece di approfondire le ragioni per cui si sbaglia, vedono solo lo sbaglio e chi lo incarna.

Tralasciando le origini degli errori, dei reati, si finisce col dare alla pena un significato esclusivamente dedicato alla mera repressione e non si prova a considerare ancora umano chi ha commesso un reato anche grave.

Sono meccanismi complicati che la nostra mente mette in pratica nel momento in cui comprende che anche noi, in quanto simili al reo, potremmo diventare così, incespicare in qualche tranello, trovarci nella situazione che mai vorremmo vivere o subire. Può succedere e riconoscere questa parzialità umana, questa vulnerabilità è un passo di grande maturità personale e sociale.

Jacopone, che probabilmente era il più docile tra gli uomini, nemmeno ancora l’hanno fatto santo… Almeno Galileo l’hanno riabilitato, sconfitti dall’evidenza della scienza astronomica. Ci vorranno ancora tanti anni, secoli, prima che questa umanità si renda conto che si deve anche condannare, ma limitando l’odio e la sete di vendetta.

Ovvio: nel capitalismo l’odio è funzionale alla repressione e questa all’istituzione di luoghi di detenzione che sono la negazione dell’umanità. Tutto fa gioco alla conservazione della paura come metodo di gestione dei rapporti (anti)sociali. Tutto serve a mantenere ferma la convinzione che solo se si è buoni, se ci si comporta secondo la morale della classe dominante, allora si riceverà in premio la libertà. Che dovrebbe essere un diritto umano e non una concessione del diritto frutto sempre e solo delle idee di tempi che mutano a seconda degli interessi che emergono e dominano il mondo.

MARCO SFERINI

5 marzo 2020

foto: screenshot

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