Il ragazzo esce da casa, imbocca le scale a rotta di collo. E’ notte fonda. Deve vedersi con un amico. Per un attimo mi ricorda la canzone di Samuele Bersani, “Chicco e Spillo” che “saltano su a manetta” sulla Vespa.

Vogliono andare a ballare in discoteca ma non hanno i soldi per entrare. Un po’ come il “per entrare in paradiso“, sempre della canzone di Bersani. Allora decidono di procurarseli rapinando qualcuno. Vedono una coppia. Lui sta scendendo dall’auto, una bella macchina costosa. Notano che ha un orologio costoso al polso.

E’ fatta. La vittima è individuata. Così, senza prevedere alcuna possibile reazione da parte del giovane che chiude la portiera dell’auto, uno di loro si avvicina con una pistola giocattolo. Una scacciacani che non ha il tappino rosso. Sembra una pistola vera.

L’aggredito se la vede puntare addosso e sa di avere anche lui un’arma. La sua però è vera. Fa finta di togliersi l’orologio e di porgerlo al rapinatore. Ma estrae la pistola e gli spara al petto. Il ragazzo è sbalzato via dalla potenza del colpo. Cade a terra, si rialza, cerca di raggiungere il suo amico complice che sta dal motorino, pronto per la fuga.

Mentre si rialza e prova a correre viene colpito da un secondo colpo tra capo e collo. Cade ancora una volta e questa volta rimane a terra, morto.

L’altro scappa. Qualcuno sente altri colpi di pistola, probabilmente solo uno. Non si sa bene dove sia finito. Non si sa nemmeno se la ricostruzione della storia avvenuta a Napoli in queste ore è corrispondente alla realtà dei fatti o se è parziale, viziata dalla paura della verità per l’una e per l’altra parte.

Ma la tempesta dei social si scatena, si creano gli “hashtag“, vere e proprie armi di distrazione di massa, di convulsione collettiva, spasmi e contrazioni di cervelli votati alla partigianeria per la partigianeria stessa. Della giustizia se ne dimenticano tutti. Dello Stato di diritto non frega niente a nessuno.

O si sta col proprietario dell’orologio costoso che ha sparato o, automaticamente, se si prova a capire la dinamica dei fatti si è già “buonisti” (il che non è un’offesa, semmai un privilegio di questi tempi sovranisti e sempre più individualisticamente egoistici).

E’ un racconto abbozzato, tratto dalle prime descrizioni che i magistrati inquirenti stanno facendo: parlano di ragazzi che non frequentano la scuola, che vagabondano tutto il giorno, la cui vita è priva di punti di riferimento. Etici, sociali. Siamo nel pieno del sottoproletariato urbano, laddove non c’è riconoscimento del proprio status di sfruttati, di emarginati. Lo si percepisce ma lo si rifiuta anche.

Non conosco la realtà partenopea. Rifletto soltanto su quello che leggo e che ascolto. Ma non arrivo a dire che è giusto impugnare un’arma e sparare alle spalle di un rapinatore, soprattutto prescindendo dal caso in questione. Per astratto. Se anche così non fosse avvenuto, dimentichiamoci per un attimo di questo fatto, vi pare giusto farsi giustizia da soli?

Dopo che il pericolo è scampato e il rapinatore fugge, c’è bisogno di sparare ancora? E’ allarmante la voglia di giustizialismo, l’assenza di dubbi che si trova in migliaia di commenti sui social. La ragione sta dalla parte dell’aggredito. L’aggressore può anche morire. “Se l’è cercata“, è una delle frasi più gettonate e inflazionate.

Le armi sono glorificate e si giustifica il loro possesso. Benedette pistole che ci salvano dalle aggressioni e che ci regalano poi – si spera, almeno – eterni sensi di colpa per aver esploso uno, due, tre colpi. Il tribunale del popolo è pronto a giustificare la barbarie che sta dietro alle armi, al loro uso, all’invocazione alla detenzione delle medesime per proteggersi sempre e comunque, come se ci trovassimo nel Far West o in uno stato di guerra.

Non c’è distinzione per la canea giustizialista e securitaria tra legittima difesa e omicidio. Non c’è differenza tra reazione proporzionata all’offesa ed esecuzione. Più feroce è la risposta dell’aggredito e più il popolo applaude, si protende in una muscolarità linguistica fatta di misere parole. Misere e miserevoli. Disumane.

Franca Rame

Ci rende forse migliori cittadini il disprezzare il reo, il colpevole, il rapinatore, l’omicida, il ladro, lo stupratore? Quando penso a crimini orrendi come lo stupro, la violenza fisica verso le donne, verso i bambini, ascolto e riascolto il monologo di Franca Rame su sé stessa, su quello che le accadde, rivolto a tutte le donne, a tutti coloro che hanno subito violenze e coercizioni.

Non ho mai preso in mano un’arma in mano, io. Ne vado fiero. E spero di non dover mai trovarmi nella condizione di doverlo fare. Le armi mi ripugnano, tanto quanto gli ordini, i “signorsì” e i “signornò“. L’obbedienza preferisco non sia cieca e preferisco riservarla ad un laico senso di civiltà che per me rimane estranea a tutto quello che presuppone una gerarchia incontestabile.

Intanto restano sul selciato un quindicenne e un giovane carabiniere indagato – dovutamente, come spiegano i magistrati – per omicidio volontario. Non cerchiamo la colpa, cerchiamo di capire come tutto questo è avvenuto e come può ancora avvenire.

MARCO SFERINI

3 marzo 2020

Foto di Jabbacake da Pixabay

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