Non si finisce mai di parlarne: pare quasi di essere entrati davvero in cortocircuito grande e meraviglioso al tempo stesso. Si tratta della secolare questione che riguarda i rapporti tra comuniste e comunisti, tra diverse sinistre che vogliono più o meno trasformare la società capitalistica.

Le scaramucce tra socialdemocratici da un lato e rivoluzionari dall’altro sono magari di attualità per chi vuole scriverne la storia: ma oltre il rinverdimento storico del passato c’è ormai l’interesse – almeno mi auguro – a comprendere come sviluppare oggi una nuova lotta di classe che trovi una sponda politico-organizzativa degna di quel nome che un tempo si portava con un certo orgoglio. Il nome era: partito. E lo si scriveva con la “P” maiuscola, perché quello soltanto era per i lavoratori e gli sfruttati “il” Partito. Per antonomasia. Per eccellenza.

Anche un po’ per intuizione: eh sì, perché molti proletari d’un tempo non avevano studiato al punto da poter conoscere l’analisi che in merito alla forma-partito fecero Marx, Lenin, Luxemburg o Gramsci. Molti, appunto, grazie alla forza sociale del Partito Comunista Italiano, pur non sapendo fino in fondo cosa significasse essere comunisti (quindi puntare al rovesciamento del capitalismo, alla fine della proprietà privata dei mezzi di produzione), erano istintivamente consapevoli di stare dalla parte giusta, quella che non solo faceva gli interessi operai; quella, soprattutto, che faceva gli interessi di tutti gli sfruttati, senza alcuna distinzione di sorta.

Poi, con la fine della prima fase della vita repubblicana in Italia (impropriamente definita “Prima Repubblica“), col tramonto cosiddetto delle “ideologie” e dei “grandi partiti“, s’è fatto avanti un livellamento delle rivendicazioni sociali e una nuova uguaglianza, tutta borghese, ha preso il posto della giustizia sociale anche soltanto riformisticamente rivendicata dal PCI e dal sindacato.

Quello fondato da Marx ed Engels pareva poter ancora essere chiamato il “comunismo moderno“, fuori dagli slanci dei socialisti utopisti, dalle tensioni anarchiche proudhoniane, estraneo al luddismo: dunque un movimento consapevole dal suo ruolo storico nella fase di espansione mondiale del capitalismo.

L’assalto al cielo in Russia, la trasformazione dell’esperimento socialista sovietico in qualcosa di profondamente estraneo al rovesciamento del sistema del profitto e delle merci, i tanti socialismi che si sono sperimentati attraverso forme di statalismo burocratico e dirigista (Cuba, Corea del Nord, Vietnam, Cambogia, Cina, Egitto, Jugoslavia, paesi dell’Est Europa satelliti dell’URSS, ecc.) ci hanno messo davanti alla cruda realtà dell’impossibile riduzione ad un unico modello di amministrazione del potere da parte del proletariato per diventare classe che trasforma il mondo nell’interesse collettivo, anticlassista.

Il simbolo di Rifondazione Comunista nel 1992

La fine del PCI in Italia, la nascita di Rifondazione Comunista nel 1991 e la confluenza in essa di storici partiti della sinistra anticapitalista e libertaria come Democrazia proletaria, al pari lo sviluppo di movimenti ecologisti come espressione di tematiche sovente sottovalutate proprio dai comunisti, hanno aperto la strada all’immaginare un nuovo comunismo, un nuovo movimento di massa proiettato verso il millennio che stava per arrivare.

Un millennio che oggi parla alla sinistra e ai comunisti di una sconfitta storica difficilmente attribuibile al pur importante riflesso degli avvenimenti del 1989 nell’Est dell’Europa su una Italia che stava per essere travolta dalla cosiddetta “rivoluzione di Tangentopoli“.

Fu da allora che alcuni dirigenti emergenti dell’ultima fase del PCI si affannarono a dichiarare ai giornali che, in fondo, loro non erano “mai stati comunisti” e che, pertanto, la trasformazione nel nuovo Partito Democratico della Sinistra costituiva più che un trauma, una cesura con un passato di cui non avvertivano alcuna nostalgia perché non vi era in loro nessuna empatia politica da guardare con rimpianto.

Per costoro la parola “comunista” divenne un peso da scrollarsi da addosso e da cambiare con quella più generica ed includente di “sinistra“. Un diciottenne Umberto Terracini, che sarà Padre Costituente della Repubblica Italiana e ne firmerà la Costituzione, scrive nel 1913:

Umberto Terracini

Ho un dubbio che mi affligge. Io sono comunista. Sono fiero dei miei ideali. Il dubbio che mi affligge è che però essere comunista per me sta diventando quasi un peso, quasi fosse un reato, e ciò è avallato anche dal comportamento dei miei genitori i quali mi dicono: ‘meglio non farlo sapere in giro’ o cose del genere. Vi chiedo, è così grave essere comunisti al giorno d’oggi?“.

Ero ragazzo io, negli anni ’80 e ’90, eppure questo nascondere la diversità comunista, l’appartenenza ad un partito – ancor più comunista – sembrava ancora necessario per poter inserirsi nel mondo del lavoro, nella società civile (quella borghesemente intesa). Essere comunisti significava rifiutare tutta una serie di preconcetti e di compromissioni (quindi di compromessi con sé stessi) che invece la maggioranza della popolazione sposava quotidianamente per “tirare a campare“, perché “le cose andavano così” e ci si adeguava tutti (o quasi…) scegliendo di non nuotare controcorrente.

A questo proposito, Paolo Favilli in “In direzione ostinata e contraria. Per una storia di Rifondazione Comunista“, si fa una domanda fondamentale per ampliare riflessioni di questo tenore, riflettendo sulla cosiddetta “frattura degli anni ’80” tra il capitalismo strutturato e una economia sociale di mercato che sta per essere superata dalla globalizzazione liberista. La domanda è la seguente:

La normalità prevede una ‘intelligenza sociale‘ mobilitata in direzione contraria? Le trasformazioni regressive per le classi subalterne […] hanno posto di fronte alla tradizione del riformismo socialista un mondo e una Italia peggiori non solo rispetto a ciò che la tradizione aveva immaginato e voluto, ma anche rispetto all’esperienza di vita che militanti e dirigenti dell’universo socialista hanno percorso per lunghi anni“. (Parte II, cap. 1, pag. 63).

In sostanza, non solo il socialismo riformista ha tradito sé stesso nel suo stesso essere riformista e riformatore, ma ha fatto un salto qualitativo ulteriore diventando apparato di Stato, potere non delle classi che avrebbe dovuto rappresentare, ma poter fine a sé stesso, completamente inserito nelle fasi di evoluzione del capitalismo di fine Novecento, pronto per diventare classe dirigente anche nel nuovo millennio.

Operazione fallita per le troppe corruttele, per la rete di interessi privati singoli negli affari pubblici che aveva persino osato superare in quantità e in qualità (la capacità di sovvertire l’ordinamento repubblicano e i valori del socialismo e di trascinarli nel fango del più bieco egoismo individualista) la potenza storica democristiana.

Oggi possiamo tormentarci con le stesse domande del Terracini di inizio Novecento, sebbene – e forse proprio per questo – non si sia più circondati da un bigotto mondo borghese, ma semmai dalla mancata percezione di una differenza di classe evidente: l’interclassismo, figlio del consumismo esasperato, esce dalla fabbrica, dal suo essere sistema di divisione operaia per i padroni e diventa strumento di irriconoscibilità tra sfruttati e sfruttatori. Si riesuma la vecchia litania del “intanto i padroni ci vogliono, altrimenti chi manderebbe avanti le industrie“; si approfitta del crollo verticale delle rivendicazioni egualitarie sociali portate avanti dal movimento comunista per più di un secolo; si utilizza la “fine delle ideologie” per far indietreggiare le coscienze critiche ad un livello di mera rivendicazione di una uguaglianza soltanto urbana, tra cittadini che smettono di diventare anche lavoratori.

Molti di loro sono espulsi dal ciclo produttivo e, per questo, avvertono lo sfruttamento indirettamente: il disoccupato capisce che è tale perché non ha lavoro ma non porta sulla sua pelle i ritmi della produzione, il suo essere “forza-lavoro” ma solo esercito di ricambio della medesima. Non sa di esserlo, non ha quella “coscienza per sé” che gli permetterebbe di individuare l’avversario di classe.

Viene meno dunque anche l’odio di classe che, però, resta ben ancorato nel padronato moderno: ufficialmente sono tutti ricchi signori di bell’aspetto, vestiti con grandi firme della moda, che fanno la bella vita e si spartiscono i dividenti del tutto legalmente. Dietro queste maschere perbeniste, sono gli stessi che mettono firme su lettere di dismissione delle aziende per i troppi costi, per tornare su un piano concorrenziale che gli consenta di fare sempre più profitti delocalizzando e infischiandosene beatamente dell'”economia nazionale“.

Hanno sostenuto il renzismo fino a poco tempo fa. Sono passati poi a dare fiducia al “contratto di governo” tra Cinquestelle e Lega per poi sostenere il nuovo esperimento del Conte bis.

In tutto questo veloce evolversi della politica italiana, i comunisti rimangono al palo: divisi tra tentazioni rossobrune e neostaliniste da un lato e prove tecniche di ricomposizione di una sinistra di classe dall’altro. In mezzo tutta una micro-galassia di particolarità singolari che puntano al “male minore“, al “meno peggio“, ad un ritorno al pragmatismo come se fosse di esclusivo privilegio di chi pensa di fermare le destre appoggiando nuovi esperimenti liberisti di centrosinistra.

Così, a naso, visto che si tratta di strettissima attualità, paiono operazioni già viste e riviste che altro non fanno se non continuare a consentire la “vergogna dell’essere comunisti“. Una nuova vergogna che non deve poter avere spazio nella società italiana, in quella europea e nel mondo intero. I comunisti sono e rimangono, insieme agli anarchici, i soli che, da libertari, uniscono antiliberismo e antifascismo e che non considerano possibile una costruzione della giustizia sociale senza una espansione dei diritti civili, delle libertà tutte.

Molti sorridono quando si parla di diritti civili. Pensano che si debba fare una scala delle priorità rivendicative in merito ai diritti stessi. Invece i diritti sono tutti necessari e se si rinuncia ad un diritto, si finisce col rinunciare – prima o poi – a tutti. Perché la discesa verso il riformismo compromissorio non conosce freno: è un logoramento progressivo e inversamente proporzionale al sostegno delle ragioni dei lavoratori e dei disoccupati, dei precari e dei pensionati.

Essere comunisti è il modo migliore per ritrovare non solo le radici di una grande storia di liberazione dell’umanità, ma per affermare nuovi diritti: da quelli di genere a quelli delle donne, da quelli animali a quelli ambientali.

Un nuovo comunismo è possibile. Ma per esserlo deve smetterla di ritenere praticabile la via del compromesso con le forze antisociali e politiche che accettano l’orizzonte dell’oggi liberista come un punto di partenza per riforme e presunti miglioramenti della vita di milioni di moderni proletari.

MARCO SFERINI

2 marzo 2020

Print Friendly, PDF & Email