Fenomenologia di Mike Bongiorno” di Umberto Eco (in “Diario minimo“, ed. Bompiani), fu un testo ante litteram, un saggio capace non solo di anticipare i tempi per quanto concerneva una analisi dell’impatto del fenomeno televisivo, della teledipendenza e delle ripercussioni che essa produceva a cascata su decine di milioni persone; fu altresì in grado di rappresentare una Italia che sociologicamente mutava non soltanto per le interazioni economiche che condizionavano quelle sociali, singole e collettive che fossero, ma proprio grazie alla modificazione del “senso comune” in virtù non più delle vecchie morali imperativeggianti grazie al tradizionalismo, all’autorevolezza di grandi enti ed eventi della Storia (dalla Chiesa cattolica al laicismo socialista e comunista), ma semmai proprio della televisione.

La moltiplicazione delle notizie e della tanta disinformazione cui assistiamo da decenni, che oggi si è scatenata con l’epidemia di Coronavirus Covid-19, è la plastica dimostrazione che oggi, se Umberto Eco fosse vivo, potrebbe scrivere un saggio partendo dalla sua affermazione, anche quella da vero e proprio profeta in patria, secondo cui i social network stavano creando vere e proprie “legioni di imbecilli“, perché a costoro davano la possibilità di esprimersi, certamente nel pieno costituzionale diritto della libertà, ma anche di assurgere al ruolo di tuttologi e di aumentare quindi smisuratamente un ego che, almeno fino ad allora, era rimasto mortificato – giustamente – dall’opinione degli esperti nei diversi campi e settori della vita sociale.

Carmelo Bene

Sosteneva Carmelo Bene che le tuttologie sono semplicemente delle mere “cazzate“: diretto, icastico come sempre quando si trattava di esprimere concetti forti ma decisivi nel sintetizzare al massimo una risposta, il grande “capolavoro” di sé stesso

(C.B., come lo amava definire Gilles Deleuze) forse avrebbe sdegnato semplicemente il ruolo dei social network e li avrebbe presi a pernacchie, così come era solito fare in quegli “Uno contro tutti” di costanziana memoria.

Non si tratta soltanto della vicenda del Coronavirus Covid-19: le reti sociali, presuntuosamente definite tali, sono l’esatto opposto della socialità e sono tutto tranne che una vera rete di connessioni sociali. Sono invece la dissociazione da noi stessi, se non si prende le distanze opportunamente mettendo in campo un senso critico tale da riuscire a classificarle come una delle tante manifestazioni moderne della nostra esistenza; non certo il fenomeno per eccellenza di una qualche sorta di definibile “modernità” delle comunicazioni.

Mentre la televisione criticata benevolmente (eppure con grande sagacia) da Eco riusciva ad eterodirigere il pensiero delle masse con una autorevolezza pari, appunto, a quella dei grandi megafoni di notizie e di moralità del passato, con i social network ciò risulta impossibile a monte.

Ciò non di meno, in queste settimane la tv ha potenziato tutte le sue risorse di contagio massmediatico per esercitare proprio goebellsianamente una ripetitività dei scene drammatiche, di panico mostrato per produrre altro panico, forme di isteria incontrollata e incontrollabile che i giornali hanno rimbalzato a titoli cubitali (certi giornali… non tutti, per fortuna).

Ormai si parla di “dispositivi” di comunicazione e non più di televisione e di radio: la televisione la si può vedere in “streaming“, ossia sul computer, sul telefonino, sul tablet. Se già prima nulla sfuggiva alla macchina trituratrice delle menti deboli, oggi non sfugge nulla nemmeno per le menti più forti, quelle che riescono a mettere un cordone sanitario – è proprio il caso di dirlo – fra sé stessi e il resto di un mondo interattivo che più che pandemico è un pandemonio.

Per l’appunto un demone che tutto fagocita, cannibalizza e che arriva a punti di cinismo impensabili basta ottenere pubblico e pubblicità (quindi, alla fine, soldoni tintinnanti, poco importa se in Bitcoin o in bonifici bancari) con milioni di “click“, visualizzazioni e condivisioni. E’ un potentissimo globale e mostruoso Leviathano che, lungi dal rappresentare hobbsianamente lo Stato, qui può assurgere al ruolo di simbolo che va oltre il Grande Fratello di Orwell: è già incluso nel consapevole uso quotidiano tanto della televisione quanto di ogni altro mezzo di velocissima comunicazione personale.

Il salto di qualità, come quelli dei virus che passano da animale ad essere umano, sta proprio in questo: nel “controllo“. La tv, checché se ne voglia, è unidirezionale. Ciò che ti dice lo devi per forza recepire. Invece con Facebook, Twitter, Instagram, WhatsApp, Telegram (la cui “filosofia” di utilizzo è leggermente differente dalle altre “app“) il protagonista sei tu!

Andy Warhol

Non c’è bisogno più di quindici minuti di celebrità di cui ognuno di noi sarà protagonista nel futuro. Andy Warhol aveva purtroppo pochi elementi allora per poter presagire gli sviluppi tecnologici che avrebbero accelerato le vite di ciascuno di noi, rendendole supersoniche in fatto di egocentrismo protagonistico.

Si è così prodotto un edonismo, tendente all’ennesima potenza, che si esprime nel suo massimo godimento attraverso non quella che potrebbe apparire una partecipazione libera, bensì una partecipazione necessaria all’individuo stesso per rimanere parte di un mondo che, altrimenti, se rifiuta queste connessioni dell’immediatezza, sembra volerlo trascinare sulla via dell’ascetismo contemplativo, solitario e isolato dal resto del mondo.

Il Coronavirus Covid-19, come potete evincere, è una vittima della massmediaticità moderna: è stato divorato dalla globalizzazione dell’informazione e catapultato sulla scena mondiale, diventando pandemico prima ancora di essere esso stesso una pandemia.

Dunque, isolarsi da questo rutilante scorrere di immagini, ma pure di suoni e di voci: allontanarsene per un istante. Sarebbe una gran conquista per l’animo, per la mente; per riconquistare non soltanto la pace interiore ma una abitudine alla lentezza del pensiero, alla ponderazione, alla calma che necessita la riflessione.

Una prospettiva accattivante. D’estate, spesso, pur portando con me il telefonino e dandogli la patologica “occhiata” anche mentre leggo, il mi rifugio sono le colline che guardano sul mare. Sotto la pace di un albero, tra la frescura di qualche brughiera, con la metafora della libertà che la grandezza delle acque regalano alla vista, è dolce naufragare, lasciandosi dietro – giusto qualche istante – la malefica possessione della simbiosi totalizzante tra televisione, social network e tutti i loro spietati derivati alienanti.

MARCO SFERINI

29 febbraio 2020

Foto copertina di Gerd Altmann da Pixabay 

Foto nell’articolo tratte da Wikipedia

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