La cosiddetta “scelta vegetariana” è, in quanto tale, una assunzione prima di tutto di coscienza. Duplice: del fatto che possiamo tutte e tutti fare qualcosa per diminuire le umanissime contraddizioni che viviamo nel dirci “amici degli animali” ed “ecologisti” per poi sederci ad un tavolo e mangiare carne (tutti i tipi, quindi anche pesci, crostacei) e del fatto che, così facendo, proteggiamo noi stessi o quanto meno proviamo a farci del bene sul piano salutare.

Per 45 anni sono stato un onnivoro che, a dire il vero, non ha mai amato molto la carne. Ma, lo confesso, come se mi trovassi davanti ad un tribunale, non mi dispiaceva mangiare qualche spiedino o la fettina impanata alla milanese; oppure del prosciutto cotto, crudo e, soprattutto, salame. Amavo quello ungherese più di tutti; pure qualche fettina di un buon salame Felino stava benone come farcitura di una rosetta morbida di pane.

Quando volevo poi ricordarmi dei tempi passati in Valtellina e in Trentino, allora ci stava anche un bel piatto di bresaola in primis, qualche fetta di profumato speck in secundis.

In questi anni, senza accorgermene, lentamente, ho sempre mangiato meno carne e insaccati: la prima a scomparire dalla mia dieta è stata la mortadella. Lo so, è buona, gustosa. Piaceva molto anche a me. Non saprei neppure io, davvero, spiegarvi come mai non l’ho più “desiderata“. E’ come se mi avesse abbandonato lei e non fossi stato io a dimenticarla. Forse non era una amante degna di sorta; forse non mi attraeva più come un tempo.

Comunque sia, la prima vittima del mio percorso vegetariano è stata lei, la mortadella, immodestamente divenuta simbolo della decadenza politica, di una morale istituzionale calpestata quando venne trangugiata in Parlamento, dai banchi del Senato della Repubblica appena cadde il governo Prodi. Spettacolo doppiamente indecente: per il consumo di mortadella e per il modo in cui veniva divorata.

Ringrazio la mortadella, però. Eh sì, perché dall’essermi accorto che non ne sentivo per niente la mancanza, ho preso altresì coscienza del fatto che la stessa cosa stava avvenendo con tutti gli altri insaccati. Ed allora mi sono detto: proviamo ad eliminare la carne e vediamo che succede, se ne sento il bisogno, se ne ho voglia… Non è stato così. Anzi, il pensiero oggi di mangiare carne mi ripugna, ma vi tranquillizzo: non sono un vegetariano che sparge anatemi su chi è onnivoro.

Penso sia giusto non mangiare carni e, devo dire, in questo mi sono riconciliato con una parte del mio essere animalista ed ecologista. Vivevo la contraddizione di cui prima parlavo: mangiare quasi tutto (tranne le interiora degli animali… trippa, cuore, cervello, lingua di mucca o palle di toro) ed al tempo stesso proclamarmi difensore dei diritti degli animali e dell’ambiente.

Non ho vissuto l’esperienza di Margherita Hack che, nel suo libriccino “Perché sono vegetariana” (questo sì lo si divora facilmente e in fretta vista la scrittura scorrevole, piena di curiosità e di particolari sovente trascurati ed ignoti ai più) racconta di essere praticamente cresciuta in una famiglia vegetariana che aveva abbracciato la Teosofia e quindi le è sempre risultato “normale” non mangiare carne.

Intervista a Margherita Hack, Corriere della Sera (2012): «Mai mangiato carne in vita mia. E mai lo farò»

A differenza della professoressa Hack, io so che gusto hanno quasi tutte le carni: da quelle bovine a quelle ovine e suine; persino di asino e cavallo fino a quelle dei pesci. Quasi tutte, perché certe carni proprio non sono mai riuscito a mangiarle: nel settore ittico, ad esempio, certi crostacei e certi molluschi mi hanno sempre fatto ribrezzo per il loro odore e mi sono sempre rifiutato di mangiare aragoste o altri pesci che venivano crudelmente cotti vivi.

Essere vegetariani è non solo possibile, ma utile. Non penso abbraccerò mai il veganesimo perché, come non considero un feto di pochi mesi una vita, così non considero un uovo al pari. Nemmeno mi sento colpevole se mangio formaggi o se mi capita di bere del latte.

Un fatto curioso però, anche in questo frangente, lo racconto brevemente: devo essere l’uomo che non si accorge di diventare vegetariano, perché dopo l’esclusione quasi inconsapevole (o inconscia…) di insaccati e carni, ho scoperto che ormai da una decina di anni non bevevo più latte di mucca o di capra, ma solo quello di soia. Al mattino, infatti, sono solito fare colazione con un bicchiere di latte di soia al cacao. Così, senza colpo ferire, ho escluso anche il latte di origine animale dalle mie abitudini. E nemmeno quello mi manca.

Non credo, però, che il veganesimo sia un salto di qualità che possa affrontare. Al momento mi accontento di essere vegetariano, stimolato dalla novità priva di sacrificio alimentare, dalla curiosità della riscoperta di gusti vegetali trascurati per molto tempo e di combinazioni di prodotti davvero poco presenti nelle nostre tavole: ceci, fave, lenticchie, fagioli, verdure come rape, zucca, cucinati in tanti modi, sono alimenti squisiti e appagano il palato meglio della sapidità di tanti insaccati.

L’unico scrupolo rimanente, che cercherò di vivere come contraddizione minima…, è sugli allevamenti intensivi di pollame dove le galline sono costrette a stare in gabbie strettissime, con luci accese giorno e notte per produrre quante più uova possibili… lager moderni frutto anche della poca empatia umana verso la sofferenza di altri esseri viventi, tali e quali a noi, ma soprattutto frutto del capitalismo, della necessità crudele del profitto. Che non conosce etica.

Potete provare ad essere vegetariani. Non vi costa nulla. Ma non deve essere un passaggio traumatico: deve essere una presa di coscienza accompagnata da una volontà eguale, libera, spontanea. Solo così si può diventare vegetariani comprendendo che quello che si sta facendo è un dovere morale, civile e sociale.

E’ una forma di libertà che si va ad aggiungere ad altre lotte per rendere gli esseri viventi tutti eguali, provando a capire che non siamo i dominatori del pianeta: che gli animali non sono i nostri schiavi. Che anche loro vivono su questo atomo di materia grande che ruota vorticosamente nel sistema solare e che, quindi, hanno i nostri stessi diritti.

Continuiamo a trattare gli animali e la natura come se fossero al nostro esclusivo servizio. Il sistema dello sfruttamento capitalistico ha brutalizzato la nostra stessa specie e l’ha resa nemica di sé stessa: la lotta di classe esiste in quanto esiste il capitalismo. La lotta antispecista deve poter esistere e crescere in quanto lotta per la liberazione di tutti gli esseri viventi dal dominio di altri esseri viventi.

Essere più intelligenti non significa essere superiori rispetto agli altri esseri viventi sul pianeta. “Vedere” (come si usa dire in psicoanalisi) questo elemento di contrasto, questa aperta contraddizione nascosta dall’orpello dell’alibi “E’ sempre stato così“, è un primo importante passo per rimanere veramente umani e per dare all’umanità la sua naturale caratterizzazione.

MARCO SFERINI

22 febbraio 2020

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