Parigi, Francia, fine agosto 1792

Georges Jacques Danton ci riceve nel suo studio di Ministro della Giustizia. Da pochi giorni fa parte del gabinetto provvisorio che, dopo il 10 agosto e la sospensione di re Luigi XVI dalle sue funzioni da parte dell’Assemblea Nazionale, ha praticamente assunto il governo della Francia rivoluzionaria.
Sul suo tavolo di lavoro ci sono sparse molte carte, un sigillo in ceralacca e sull’angolo della sua poltrona pende la parrucca che era solito indossare quando esercitava ancora come avvocato con il nome di “D’Anton“.
E’ cordiale, molto indaffarato e quindi ci dice di avere poco tempo per noi. Ma non è un ministro che si tira indietro davanti alle domande. Anche a quelle più scomode. Ha appena finito di leggere i rapporti sulle sezioni di Parigi e sui sommovimenti seguiti all’insurrezione che ha portato alla fine della monarchia, anche se di fatto in Francia la repubblica non è ancora stata ufficialmente proclamata.
Ed è qui che inizia la nostra intervista ad un ministro francese in una nazione senza un re e senza un presidente.

Cittadino Danton, in questo momento sei il più popolare tra i capi rivoluzionari. Ti chiamano “l’eroe del 10 agosto” ma, a quanto ci risulta, non hai partecipato in prima persona all’assalto al palazzo delle Tuileries. Come mai?

Jean Paul Marat

Domanda maliziosa. Fin dai giorni precedenti l’assalto alla reggia parigina ho diretto le operazioni militari – se così si possono chiamare – che hanno coinvolto i “marsigliesi”. Il Club dei Cordiglieri ha lavorato per sostenere le truppe, per rifocillarle e per prepararle a qualcosa che ancora non era ben chiaro come dovesse svolgersi.
Volevamo mettere fine alla monarchia cercando, tuttavia, di salvaguardare la persona del re e la sua famiglia intera. Nessuno di noi, a cominciare da Marat, Desmoulins, Hebert e Collot d’Herbois aveva a questo proposito alcuna garanzia che si potesse portare a compimento in eguale misura e momento tanto la destituzione di Luigi XVI quanto il suo trasferimento in una prigione ben guardata a vista.
La sera precedente l’insurrezione, insieme a Camille (Desmoulins, ndr.), a Legendre e ad una folla di sanculotti siamo entrati nel palazzo del Comune di Parigi e abbiamo sciolto il consiglio direttivo. Non ci sono stati grandi problemi, così, dopo aver dato vita alla Comune insurrezionale, siamo passati all’Hotel De Ville, facendone il vero centro direzionale della rivolta popolare.
Per questo non ero fisicamente tra le fila dei marsigliesi e del popolo di Parigi nell’assalto al palazzo delle Tuileries.

Come è avvenuto il passaggio dei poteri dal governo reale a quello rivoluzionario della Comune? Come ha reagito l’Assemblea nazionale?

L’Assemblea, già da giorni, si preparava, su proposta di Robespierre e dei giacobini, col sostegno ovviamente di noi Cordiglieri, a votare il decreto per l’elezione di una Convenzione nazionale che rispecchiasse maggiormente la volontà popolare che, in poco meno di sei mesi, aveva mutato opinione sul corso della guerra contro l’Austria. Ormai, l’Assemblea nazionale non può dirsi “voce del popolo francese“: ne fanno parte tutta una serie di elementi moderati, ecclesiastici e monarchici che sono fuori dal contesto politico e sociale che si è creato tanto a Parigi quanto nel resto della Francia.
Entro pochi giorni tutto il Paese si esprimerà per la prima volta coinvolgendo l’intero elettorato maschile, senza più limitazioni di casta, di censo. E’ un primo passo verso quell’eguaglianza di diritti che vogliamo affermare in Francia e che è una diretta conseguenza della Rivoluzione.

Dunque l’Assemblea nazionale non si è opposta all’arresto del re e della sua famiglia?

No. La furia popolare è stata così forte da impedire qualunque obiezione. Non c’è stato bisogno che i marsigliesi o i sanculotti entrassero nell’aula dell’Assemblea. E’ stato sufficiente prendere in custodia il re, risparmiato dall’assalto alle Tuileries e portato nella prigione del Tempio dove viene trattato, ve lo garantisco, con tutte le premure… persino troppe…
E’ ancora servito e riverito come alla reggia… Ma ciò che conta è ora fare partecipe tutto il popolo nell’elezione della Convenzione e vincere la guerra contro l’Austria e la Prussia.

A proposito della guerra, Longwy è caduta pochi giorni fa e ora sembra che le truppe straniere si dirigano su Verdun. Il governo rivoluzionario che misure ha adottato per fermare l’invasione?

Abbiamo arruolato tutti gli uomini possibili, dai sedici anni in su, cominciando dalle grandi città e attualmente i commissari del governo stanno provvedendo ad allargare il numero dei coscritti. Non è facile costruire un esercito rivoluzionario, nominare i comandanti: la maggior parte di loro non ha nemmeno trent’anni. Ma va fatto.
L’armata di Kellermann non è riuscita a fermare i prussiani al confine col Belgio austriaco. Proveremo col ripiegamento a Verdun e se servirà proveremo fino alle porte di Parigi!

Se Parigi fosse minacciata dall’invasione, il governo lascerà la capitale?

No! Non abbandoneremo Parigi. Rimarremo qui e useremo qualunque arma a nostra disposizione per vincere: dalle picche ai bastoni, dai coltelli da cucina fino all’ultimo fucile.
Dobbiamo vincere i monarchici che Luigi XVI attende per tornare a sedere sul trono. La Francia non è più una monarchia!

Ma non è nemmeno una repubblica.

E’ una questione che risolveremo a tempo opportuno: siamo già una repubblica. Siamo tutti repubblicani, O meglio… Sono repubblicani tutti i rivoluzionari e, di conseguenza, non si può essere rivoluzionari senza essere repubblicani.
Dirsi rivoluzionario e voler salvare la monarchia è una contraddizione in termini!
Dal massacro al Campo di Marte ad oggi l’idea di “repubblica” dei francesi è cresciuta. Ora possiamo rispondere anche a Robespierre che allora, alla domanda cosa si sarebbe sostituito alla monarchia, non rispondeva: “La repubblica“, ma si interrogava su cosa realmente fosse una repubblica e per di più in Francia.
Oggi possiamo dire che il popolo sa che “repubblica” è l’esatto contrario di “monarchia“. La Rivoluzione ha fatto grandi passi avanti anche nel costruire una nuova idea di nazione, di comunità.
La Repubblica francese è già una realtà. Serve solo un pezzo di carta che lo certifichi!

Partiti moderati come la Gironda non la pensano così… E nemmeno forse nobili vicini alle idee rivoluzionarie: Philippe Égalité (Luigi Filippo II di Borbone-Orleans, cugino del re, deputato all’Assemblea nazionale, ndr.) per dirne uno tra molti.

Jacques Pierre Brissot

Sulla Gironda è bene fare chiarezza: Brissot e Vergniaud hanno chiesto a gran voce la guerra nell’aprile scorso. Davanti alle prime sconfitte e alla rivolta dei soldati contro i generali monarchici, hanno pensato bene di ridimensionare i loro toni, di fare discorsi più cauti.
E’ un atteggiamento pavido, proprio nel momento in cui la Francia ha bisogno di tutte le energie a sua disposizione. Non lo approvo e anzi lo biasimo. Ma la Gironda non accusabile di essere più monarchica di quanto non lo siano i Cordiglieri.
Certo… Marat non è Roland e viceversa: c’è un abisso tra i due. Ma i girondini, pur moderati e federalisti, per me sono dei rivoluzionari a pieno titolo.
Il Cittadino Égalité invece sembra molto più rivoluzionario di certi deputati federalisti, pur essendo di quello che, ancora pochi anni fa, avremmo chiamato “sangue reale“.
Sulla rottura definitiva non solo con suo cugino il re ma direi con l’intera famiglia reale, non ho dubbi. Non lo dico per i sentimenti di amicizia che abbiamo reciprocamente, ma perché lo ha dimostrato tanto al fronte prima del 10 agosto quanto in queste giornate di primo governo rivoluzionario.
Si è messo a disposizione come soldato, come uomo, come cittadino.

Cittadino Danton, quali sono i tuoi rapporti con i giacobini, con Robespierre in particolare?

Maximilien Robespierre

Sono rapporti tra rivoluzionari. Abbiamo a volte discussioni sull’andamento degli avvenimenti che ci piombano addosso. Non sempre siamo noi o il popolo francese a decidere quale sia il corso di questa nuova era che si è aperta in Europa.
Tutti i sovrani temono la Rivoluzione perché è una ispirazione di libertà che non può essere ignorata. Soprattutto dalle corti del Vecchio Mondo.
Robespierre è abile nell’analisi politica. Propende per un pauperismo che gli rimprovero sempre. La differenza sostanziale tra noi sta nell’approccio nei confronti della Rivoluzione: entrambi pensiamo che sia fatta per il popolo e dal popolo. Ma Robespierre pensa di votarsi a questa causa con uno spirito quasi messianico.
Io penso che ha avuto un inizio e che dovrà avere una fine. Ma, come sosteneva bene Mirabeau, “è facile far iniziare una rivoluzione. Difficile è potervi mettere la parola fine.“.

Quale sarà la fine della Rivoluzione?

Detta così suona di cattivo auspicio! La naturale conclusione della Rivoluzione, intende? Non lo so. Al momento so soltanto che dobbiamo vincere austriaci e prussiani penetrati nel territorio francese e ricacciarli al di là dei confini. Mi piace pensare che la Rivoluzione possa essere esportabile, che possa contagiare gli altri popoli d’Europa e che la determinazione dei francesi lasci un segno nella storia dell’evoluzione umana.
Se sarà così ce lo dirà la Storia.

PIERRE LE VERRERE
giornalista de “La nuova Francia”

Parigi, 28 agosto 1792


Bibliografia cui si è fatto riferimento per l'”intervista” a Danton e della quale si invita alla lettura:

Jonathan Israel, “La Rivoluzione francese, una storia intellettuale dai Diritti dell’uomo a Robespierre“, Einaudi
Norman Hampson, “Danton“, Bompiani
Henri Guillemin, “Robespierre, politico e mistico“, Garzanti
Albert Soboul, “La Rivoluzione francese“, Newton Compton
Stefan Zweig, “Maria Antonietta“, Mondadori
Pierre Gaxotte, “La Rivoluzione francese“, Mondadori

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