Sergio Dalmasso, storico del movimento operaio, politico come dovrebbe essere, quindi per passione, ha, tra le sue ultime fatiche, dedicato le sue energie alla biografia di una grande comunista polacca, naturalizzata tedesca che, ancora oggi, troppo pochi a sinistra conoscono.

Si tratta di Rosa Luxemburg, uccisa dai socialdemocratici al governo a Berlino nel 1919, appena conclusa la Prima guerra mondiale, fondatrice con Karl Liebcknecht del Partito Comunista Tedesco.

Una donna libera, ricca di empatia verso tutti i deboli, verso tutte le debolezze e le sofferenze: da quelle create nel capitalismo (e dal sistema delle merci), rovesciate sui “milioni del cui lavoro vive l’intera società“, fino a quelle degli umani, della natura tutta.

Una donna chiamata Rivoluzione. Vita e opere di Rosa Luxemburg” (Redstar Press edizioni) è una biografia facile da leggere eppure molto intensa, da cui emerge la voglia di far conoscere Rosa ad un pubblico anche poco alfabetizzato sul piano politico. E’ una interpretazione corretta?

Il mio testo su Rosa Luxemburg è breve, lineare, semplice. Nasce come trascrizione (con qualche aggiunta e qualche nota) di una conferenza svolta anni fa per l’inaugurazione di un circolo ARCI intitolato appunto a Rosa Luxemburg.
Originariamente, sarebbe dovuto essere parte di un testo più ampio che avrebbe dovuto comprendere altri contributi.
Mancando questi, il mio scritto è uscito a ridosso del centenario della morte ed è stato presentato in molte sedi di partito, di associazioni, dell’ANPI, dell’ARCI, in qualche casa del popolo, contribuendo a far conoscere questa figura, a contestualizzarla a ragionare sulle sue specificità. Senza alcuna pretesa di offrire risposte definitive o verità assolute.

Rosa Luxemburg è una marxista atipica nel suo tempo, si potrebbe dire “eretica“, perché osa sfidare i grandi interpreti del pensiero e dell’opera di Marx ed Engels che pure, però, finiscono per tradire i fondamenti del “Manifesto” e l’analisi scientifica de “Il Capitale“, approdando a traduzioni pratiche nel riformismo di fine ‘800 e inizio ‘900.
Si dice spesso che Rosa ha perso e Lenin invece ha vinto. Domanda provocatori: Lenin vince perché è pragmatico e Rosa perde perché viaggia sulle ali dell’ideologismo, dell’idealità?

Gli elementi che danno a Rosa Luxemburg un posto particolare nella storia del movimento operaio sono la critica frontale al riformismo socialdemocratico anche per la funzione “corrutrice” che ha sulla classe operaia e la critica alla concezione leninista del partito, anche se con una mitizzazione spesso eccessiva del ruolo rivoluzionario della classe e della sua capacità di acquisire coscienza.
Questi fatti la rendono unica nel panorama del socialismo internazionale e hanno prodotto un isolamento e per l’ostracismo di parte socialdemocratica e per l’isolamento nella storia dei partiti comunisti. Le accuse di spontaneismo, lettura mitizzante della classe operaia, romanticismo, semi-menscevismo, trotskismo si sono sprecate nei decenni, spesso accompagnate dall’omaggio alla sua coerenza estrema e al suo sacrificio. E’ significativa la sua riscoperta negli anni ’60, a causa del particolare clima politico della messa in discussione delle ortodossie, delle tensioni politico-culturali di settori giovanili.
Lenin ha maggior senso tattico, usa maggiormente le contraddizioni nel campo avversario (si pensi alla questione nazionale), conduce un partito alla vittoria in una rivoluzione.
Rosa Luxemburg può essere accusata di astrattezza, di ideologismo, di idealismo (la sua fiducia assoluta nel ruolo delle masse), di trascurare la costruzione della struttura di partito. La sua stessa morte nasce da un isolamento, dal voler seguire le masse sino all’estremo, nella fiducia del rilancio della spinta rivoluzionaria, anche dopo la sconfitta (io ero, io sono, io sarò”).
Al tempo stesso coglie i pericoli profondi insiti nel nazionalismo, è la più netta critica dell’ipotesi riformista, è la prima a legare questa ipotesi con la degenerazione burocratica e i “pericoli professionali del potere”.
Ancora, la sua analisi della rivoluzione russa, anche se insufficientemente documentata e destinata ad essere rivista, contiene molti elementi (la questione della democrazia, il rischio di degenerazioni antidemocratiche, l’autoritarismo, la verticalizzazione del potere) quanto mai attuali e preveggenti.

Il rapporto tra Rosa e la vita in generale la porta ad esprimere testualmente le sue passioni: il suo comunismo è in questo senso molto libertario, persino intimamente liberatorio. Rosa vive la lotta politica come senso della vita, al pari dell’amore che può avere per Leo Jogiches o dell’amicizia per una cara amica come Clara Zetkin.
Forse anche per questo Rosa è stata accantonata dalla storiografia e dalla cultura del movimento operaio e comunista per molto tempo: il suo umanesimo non corrispondeva alla virulenza rivoluzionaria propria degli stereotipi più banali?

La sua concezione può richiamarsi all’espressione di Marx per cui “la liberazione della classe operaia deve essere opera della classe operaia stessa”, criticando, quindi, la concezione leniniana del partito come “coscienza esterna”.
In tutta la sua opera, la democrazia è parte fondamentale della lotta politica e deve essere assunta totalmente dalla classe operaia, mentre la classe dominante ne fa a meno e la rinnega.
In tutta la sua vita, assistiamo ad una tensione fra la attività politica condotta sino alla morte e tensioni personali, espresse, soprattutto nelle lettere, con forti accentuazioni, molto attuali, a tematiche ecologiste e antispeciste.
La attività politica (pratica e teorica) è condotta con profonda passione e convinzione assoluta.
Si pensi alla polemica contro Bernstein (“Darei metà della mia vita per poter controbattere le tesi di Bernstein”), alla passione con cui difende le proprie scandalose tesi economiche espresse nel L’Accumulazione del capitale (“E’ stato il periodo più bello della mia vita”), alla polemica con Lenin sulla concezione del partito e sul ruolo delle masse.
Alla difesa dello sciopero di massa come strumento principale non solo di rivendicazione, ma di crescita progressiva della coscienza che si ha solamente con l’azione.

Una ultima considerazione e domanda al tempo stesso. I comunisti e le comuniste oggi subiscono gli effetti tanto della globalizzazione individualistica del moderno liberismo quanto degli errori storici fatti nel corso di decenni di lotte piegate alle esigenze del “politicamente corretto” da un lato e della logica del “meno peggio” da sostenere, dall’altro.
Dov’è Rosa Luxemburg oggi? In quali formazioni politiche? In quali disperati tentativi di sopravvivenza del movimento anticapitalista e rivoluzionario la si può riconoscere?

E’ stato scritto che la distruzione del gruppo spartachista tedesco (Rosa, Liebknecht, Jogiches, Mehring…) ha privato il movimento comunista dell’unico interlocutore che avrebbe potuto dialettizzarsi, anche criticamente, con il solo centro, quello di Mosca.
Rosa Luxemburg non avrebbe certo accettato la concezione del partito-guida, del monocentrismo nel movimento comunista, la progressiva cancellazione della democrazia dal basso, del ruolo dei Soviet. Sarebbe stata contraria all’idolatria per il capo (il Padre dei popoli), alle scelte politico-economiche che, già a partire dagli anni ’20, hanno trasformato profondamente la natura liberatoria della rivoluzione sovietica.
Avrebbe sostenuto le forme di democrazia consiliare e di controllo operaio.
Rifiuterebbe oggi e la omologazione (neppure socialdemocratica) tendente a mitigare in parte i peggiori aspetti della globalizzazione liberista e il rifugiarsi in piccole sette (è sempre stata contraria a scissioni ideologiche). Rifiuterebbe, ovviamente, ogni forma di compromesso per il meno peggio. Sarebbe attiva nei grandi movimenti di massa altermondialisti.
Ci mancano molto, di lei e di Lenin, la capacità di analizzare le trasformazioni sociali ed economiche che i due tratteggiarono, nei primi anni del ‘900, cogliendo l’emergere dell’imperialismo, ben diverso dal capitalismo analizzato da Marx pochi decenni prima. Una analisi delle strutture economiche oggi, delle nuove forme della politica, delle attuali aggregazioni di classe sarebbe quanto mai utile.
Per questo dobbiamo conoscere e attualizzare Rosa, sapendo quanto ci manca.

Grazie Sergio, buon lavoro e a presto.

RED.

23 febbraio 2020

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