Flavio Bucci ci ha lasciato. Ma soprattutto direi che ci ha lasciato una eredità culturale, cinematografica, teatrale che in ogni suo momento si rifà ad una critica forte al consumismo, alla velocità della comunicazione, alla perdita della gentilezza e del rispetto tra gli esseri umani, come egli stesso ebbe a dire di un mondo che vedeva logorato da egoismi che travalicavano il senso di solidarietà e di comprensione delle differenze che dovrebbe essere invece proprio di un’etica sociale consolidata.

Una dinamica interiore, quella di Bucci, che dal Fra Bastiano de “Il Marchese del Grillo” all’ineguagliabile “Ligabue” è rimasta nel cosiddetto “immaginario collettivo“, proprio come i dipinti di Antonio Ligabue. La miniserie che la Rai produsse facendo opera di grande impatto culturale e sociale, colpendo il pubblico con una storia fino ad allora poco conosciuta, quella di un pittore che da “matto del paese” era diventato celebre e riverito verso la fine della sua vita, divenne un pezzetto di cultura storica di una Italia che scopriva, là, in qualche angolo della sua storia, vicende che altrimenti sarebbero rimaste provinciali e magari anche dimenticate nel tempo.

L’umanità con tutte le sue sfaccettature era il lavoro interpretativo di Bucci, capace di essere un caratterista e immediatamente dopo divenire esso stesso la reincarnazione, seppure teatrale o televisiva, del soggetto che andava ad interpretare.

Cinematograficamente parlando, la carriera di Bucci va da “La classe operaia va in paradiso” di Elio Petri, con un grande Gianmaria Volontè, passa – sempre sotto la regia di Petri – per “La proprietà non è più un furto” (l’eco rovesciato proudhoniano qui si avverte tutto), continua con la tragedia bellica e la lotta resistenziale de “L’Agnese va a morire” di Giuliano Montaldo, trova un po’ di amara comicità con la ribellione anticlericale monicelliana di Fra Bastiano ne “Il Marchese del Grillo“.

Prosegue ripercorrendo persino la storia della passione di Gesù Cristo affiancando un Nino Manfredi sempre ricco di smalto in “Secondo Ponzio Pilato“, tutto romanesco e lontano dai canoni del film religioso e, infine, per rimanere a soltanto una parte piccola dei grandi titoli, termina con “Il Divo” di Paolo Sorrentino e, forse anche in omaggio a Andrea Camilleri, con “La scomparsa di Patò“, uno dei libri meno ortodossi del maestro siciliano: sempre una indagine ma senza Montalbano. Sempre in Sicilia, ma fatta con carte e ritagli di giornali che riempiono le pagine al posto della narrazione consueta del delitto, della scomparsa (in questo caso), del mistero fitto da dipanare.

Flavio Bucci ci lascia quindi un patrimonio culturale da rivedere attentamente, di cui fare tesoro. Tra tanto frastuono per commedie milionarie che sbancano i botteghini con qualche presunta idea genialmente definita tale, la gentilezza umana e gli scatti d’ira di Ligabue sono un tonico per l’animo umano: per tornare a quella lentezza dei sentimenti capace di renderci più consapevoli delle ragioni di tante differenze, di tante sofferenze.

MARCO SFERINI

19 febbraio 2020

foto tratta da Wikipedia

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