E’ la biografia per eccellenza, quella che segue passo passo non solo la vita di un personaggio che ha fatto la storia ma che lo mantiene nella storia stessa pagina per pagina e non si dimentica mai del tempo che sta raccontando: nella moltitudine di eventi e circostanze che parlano di masse di individui e nella singolarità dello specifico, del protagonista del libro.

In questo caso, “Hitler” di Ian Kershaw (edito da Bompiani) è, insieme all’altra grande biografia sul dittatore austriaco naturalizzato tedesco scritta da Joachim Fest (in Italia pubblicata da Garzanti), un testo imprescindibile per contestualizzare la megalomania che diventa Stato, che eccede lo Stato stesso e lo trasforma in un terzo impero germanico fondato non più sulla sacralità romana ereditata da Carlo Magno e tanto meno sulla semplice unità bismarkiana, ma su un moderno razzismo di massa.

La versione compatta che qui descriviamo è utile come strumento di conoscenza profonda della assurda, eppure vera, “normalità” di qualunque nazista, in quanto essere umano: qualora ve ne fosse bisogno, sottolinea ancora una volta ciò che gli storici hanno descritto ampiamente e che, spesso, si tende a sottovalutare nel corso della nascita di nuove dittature o regimi dispotici di vario genere, ossia il lavorio meticoloso nel ricercare una comunicazione adatta ai tempi.

Una comunicazione violenta, verbosa, con folle di decine di migliaia di persone in fila ad ascoltare discorsi pieni di retorica e di quella “banalità del male” descritta molto bene da Anna Harendt, che ispirava successivamente a “lavorare incontro al Führer“, come fa bene a ripetere più volte lo storico britannico nel suo enorme lavoro di ricerca storica.

Hitler non aveva bisogno di impartire molti ordini. La Germania, dal più piccolo paese di provincia fino ai distretti della capitale, era disposta a intraprendere qualunque azione, formula etica e proposito che si pensava soddisfacesse la volontà suprema del dittatore. La catena di comando si accertava che tutto avvenisse in modo tale da rendere sempre più granitica la “nazificazione” del paese; ma in fondo – scrive Kershaw – persino le decisioni più dirimenti per la politica economica, interna o quella estera del Reich non erano una diretta e prima conseguenza di ordini hitleriani.

Ciò chiama in causa le responsabilità di un intero popolo, di una massa rabbiosa per le richieste esose delle potenze vincitrici della Prima Guerra mondiale, per l’umiliazione subita e per la gigantesca inflazione scatenatasi nel paese.

Un popolo irretito da una propaganda martellante, frutto del lavoro di Goebbels sui moderni mezzi di comunicazione (radio e cinema), terrorizzato dalle violenze delle SA prima e delle SS dopo, controllato a vista dalla Gestapo, privato di qualunque libertà di espressione verbale o scritta.

Ciò chiama in causa, inoltre, il dilemma storico del consenso creatosi intorno ad un piccolo partito bavarese diventato un partito nazionale che per dodici anni ha segnato la storia non solo della Germania, bensì dell’intera Europa e, tragicamente, del mondo intero.

Il mistero del consenso, ma anche il presunto mistero (spiegabile storicamente e socialmente) di come un misero perdigiorno, che sbarcava il lunario dipingendo tele per pochi soldi, rifiutato come studente dell’accademia d’arte, per un attimo finito così in basso da rasentare l’accattonaggio (l’unico aspetto della vita di Hitler che non gli avrebbe reso disonore in quanto tale), sia riuscito con la sua retorica a scalare i vertici di un potere che un tempo era stato di sovrani e feldmarescialli dell’alta nobiltà prussiana.

Kershaw non risolve il mistero in sé, ma risolve quello del caso specifico hitleriano: la dimostrazione della tremenda verità che l’ombra della svastica può celarsi dietro ciascuno di noi, magari in forme diverse, con simboli e nomi nuovi, ma con la medesima volontà di prevaricazione, di superiorità, di discriminazione razziale, di stigmatizzazione di ogni differenza come peso negativo per quella “forza” che secondo Hitler deve spazzare via ogni debolezza e creare le condizioni per il totale dominio del mondo.

Con metodo storico, quindi con una immensa raccolta di fonti e una bibliografia sterminata (che è presente nell’edizione in due volumi dell’opera), lo storico britannico ci ha consegnato un antidoto potente per riconoscere queste dinamiche nascoste dell’animo umano e le circostanze in cui può sempre riformarsi la perfetta sintonia di eventi che conducono ad una ripetizione di drammi su scala così vasta, in modo tale da impedire l’alibi secondo cui… “Non era immaginabile che potesse accadere”.

(m.s.)

19 febbraio 2020

foto: particolare dalla copertina del libro

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